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Informazione – Il giornalismo ebraico tra etica e storia

Che cos’è la verità? O ancor più precisamente, cosa la menzogna? Il rabbino capo di Milano Alfonso Arbib ha scelto di porre queste domande al centro della riflessione che ha aperto la seconda sessione di lavoro del seminario Legge ebraica e informazione, organizzato dal Collegio rabbinico e dalla redazione del portale dell’ebraismo Moked.it al Centro Bibliografico dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che ha visto la partecipazione anche del rav Gianfranco Di Segni (il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni e il rav Alberto Somekh i protagonisti del primo incontro dell’iniziativa).
“Il midrash racconta che quando D-o decise di creare l’uomo, si consultò con gli angeli. Alcuni erano favorevoli, come l’angelo che rappresentava la Benevolenza e quello che rappresentava l’Amore, altri contrari. Fra questi c’era l’angelo del Shalom, la Pace, e quello che dell’Emet, la Verità” ha spiegato il rav Arbib, aprendo il suo intervento dedicato a Esigenze dell’informazione e requisiti del carattere: la risposta ebraica per un impegno professionale sulle vie del Mussar. Tanti i tipi di menzogna (sheker) citati nella Torah, a partire dal Comandamento che proibisce la falsa testimonianza, fino al verso “Allontanati dal tutto ciò che è menzogna ” che si legge nella parashah di Mishpatim (Bereshit 23, 7): non soltanto la bugia consapevole e premeditata, ma anche quella inconsapevole, derivante per esempio da un ascolto superficiale del prossimo che compromette la verità del racconto quando ci si trova chiamati a riferirlo, oppure da un’influenza dei desideri profondi, che porta l’uomo a piegare inconsciamente la verità.
La tradizione dei rabbini giornalisti nella storia ebraica d’Italia è stata invece al centro del contributo di rav Gianfranco Di Segni. A partire da un excursus delle riviste ebraiche prodotte da metà Ottocento in poi, rav Di Segni ha spiegato come in Italia sia stato per decenni naturale che fossero i rabbini a produrre la riflessione su carta stampata, partendo da L’educatore israelita diretto da rav Giuseppe Levi e rav Esdra Pontremoli (che diventerà poi il Vessillo israelita sotto la guida di rav Flaminio Servi), per passare al Corriere israelitico, che fu tra l’altro diretto da quel rav Dante Lattes che ha rappresentato il più importante rabbino giornalista del Novecento. Non soltanto direttori di periodici che arrivavano, tramite abbonamento, alle famiglie ebraiche in tutta Italia: i rabbini furono anche animatori, attraverso articoli e interventi sulle proprie riviste o su quelle di altri, di accesi dibattiti a proposito di questioni halakhiche di vario genere, compreso il proprio ruolo in seno alle Comunità ebraiche, la formazione necessaria per accedere alla semichah, l’opportunità o meno di scegliere per le stesse Comunità rabbini di scuola non italiana. Discussioni illustrate dal rav Di Segni in un approfondimento pubblicato sul numero della Rassegna Mensile d’Israel uscito in occasione dei 150 anni dall’Unità d’Italia, che raccontano come tante questioni al centro del dibattito dell’ebraismo italiano di oggi siano più antiche di quanto si possa pensare.

Rossella Tercatin twitter @rtercatinmoked

(1 marzo 2013)