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Yom HaTorah – Il mio ricordo di rav Grassini

Torna l’appuntamento con Yom HaTorah, la giornata dedicata allo studio dei testi della Tradizione organizzata dal Dipartimento educazione e cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane per il prossimo 10 marzo. Tema di questa seconda edizione l’interrogativo ‘Si può indovinare il futuro’?. Nell’occasione verrà reso omaggio alla figura rav Raffaele Grassini, rabbino, shochet e sofer delle Comunità ebraiche di Trieste e Venezia prematuramente scomparso nel 1992 all’età di 40 anni. Ecco il ricordo di rav Scialom Bahbout, rabbino capo di Napoli e del Meridione.

Caro Raffaele,
a distanza di tanti anni, ecco che gli ebrei italiani si ricordato di te, organizzando in tuo onore un Yom Yom HaTorah. Non c’era certamente modo migliore per ricordarti in tutte le Comunità e non solo in quelle in cui tu sei stato attivo e presente: Roma, Venezia, tua città natale, e Trieste.
Quanti ricordi mi legano a te? Dai giorni in cui sei venuto a Roma per studiare al Collegio Rabbinico Italiano e sei stato per tanti anni ospite in casa nostra, agli anni dei tuoi studi al Merkaz Harav e al Makhon Lifshitz a Gerusalemme, al tuo rabbinato prima a Venezia e poi a Trieste.
Dopo alcuni anni di studio a Roma, il CRI avrebbe voluto rispedirti a Venezia, per una “bocciatura” a scuola. Fu mia madre che, credendo in te e nelle tua capacità, si oppose a quella decisione ed ebbe mille ragioni per farlo. Da noi eri di casa e per noi tutti come un fratello, sempre pronto alla battuta con la tua simpatica calata veneziana. Insieme ai pochi altri non romani, avevi deciso di continuare i tuoi studi in Israele e lì avevi anche ottenuto il diploma di shochet e di sofèr: fare il rav e anche essere in grado di fare la shechità (e correggere periodicamente i sefarim, scrivere mezuzoth) non era cosa comune nelle ultime generazioni in Italia. La scuola rabbinica italiana, forse per influenza della società italiana incline alla teoria e poco alla pratica, non educava a sviluppare alcuni aspetti pratici della halakhà. Come appunto la shechità.
Non tutti ricordano che fosti tu a lanciare il primo grido d’allarme sulle modalità in cui veniva fatto il ghiur dei figli di matrimonio misto: venendo da una piccola comunità eri consapevole che solo vivendo all’interno di una famiglia osservante, era possibile avere non dico delle certezze, ma una qualche possibilità che i figli potessero poi rimanere legati al mondo della Torah e delle mizvoth. Ma questa tua decisione non ti indusse a una chiusura su un argomento che ancora oggi costituisce uno dei nodi sui quali ferve la discussione all’interno delle Comunità ebraiche italiane (e non solo): disegnasti un percorso chiaro a quelle famiglie che desideravano sinceramente riconquistare le mizvoth dalle quali si erano allontanate, un percorso che impegnava te non meno delle famiglie che intendevano percorrerlo.
Fermamente convinto che fosse necessario dare una guida chiara e concreta a chi voleva intraprendere la strada delle mizvoth, avevi iniziato e quasi completato una prima traduzione del Kitzur Shulchan ‘Arukh che fu poi ripresa, portata a termine e sistematizzata da Mosè Levy. Il tuo collegamento con Strasburgo prima e dopo il matrimonio con Michelle, ha certamente contribuito a rafforzare il tuo ebraismo, perché lì potevi sperimentare una vita ebraica più completa e attiva, che poteva servire da modello per quella italiana.
Gli studi in Yeshivà avevano certamente avuto un’influenza sulle scelte dei testi da te prediletti: Talmud, midrash, Maharal di Praga (come commentatore del midrash stesso), ma non hai mai perso la tua italianità per l’amore del minhag veneziano e per la misura con cui hai sempre affrontato i problemi più difficili, impegnandoti anche di persona nella preparazione dei famosi dolci veneziani.
Ricordo ancora il primo discorso che facesti di shabbath al Tempio di Venezia, al tuo ritorno dopo il ciclo di cure che sembravano aver sconfitto la malattia. Commentando le parole del salmo del sabato “lehaghìd babòker chasdècha veemunatetekhà balelòth”, dicesti che è facile narrare la grazia del Signore al mattino, quando il sole illumina la vita, difficile mantenere la fiducia e la fede durante le notti, quando le cose volgono al peggio.
Caro Raffaele, non penso di fare della retorica citando quanto i Maestri – riferendosi ai patriarchi che non avevano mai messo in dubbio la promessa divina – mettono in bocca al Signore stesso: quando Mosè mette in dubbio la promessa divina della salvezza Egli avrebbe detto “chavàl ‘al deavdìn vela mishtakechin”, peccato per coloro che sono morti e non si trovano più tra noi.
Com’è naturale, la tua scomparsa prematura ha certamente avuto un influenza incommensurabile sulla tua famiglia, ma ha avuto un peso non indifferente sulle Comunità ebraiche italiane.
Anshè emunà avàdu: uomini di fede come te mancano oggi. Il modo leggero con cui sapevi affrontare i problemi, il tuo sorriso e la tua ironia sono il modo migliore per ricordare te e la tua opera.

Mino, tuo amico e fratello

Rav Scialom Bahbout, rabbino capo di Napoli

(8 marzo 2013)