L’edicola di Varsavia. E la nostra

Un’immagine, scattata dal grande fotografo Roman Vishniac, forse più di ogni altra simboleggia la condizione degli ebrei di Varsavia alla vigilia della Shoah. Con i nazisti sulla soglia e il ghetto che serrava le sue porte mortali, una festosa edicola sbandiera tutti i 27 giornali quotidiani che gli ebrei di quella città continuavano imperterriti a mandare in stampa. Ventisette quotidiani. Per non contare i periodici. Una straordinaria dimostrazione di creatività, una bella prova di pluralismo.
Qualche volta provo a contarli, come fossero pecorelle, subito prima di prendere sonno. Ci sarà stato quello religioso e quello laico, ci sarà stato quello colto e quello popolare, ci sarà stato quello sionista e quello antisionista, quello in polacco e quello in yiddish. Ma c’è sempre qualcosa che sfugge, non riesco ad arrivare a ventisette e il sonno mi coglie prima di ultimare la conta. Da allora molte cose sono accadute, anche se gli ebrei non hanno perso il gusto di polemizzare, talvolta a sproposito, talvolta un tantino sopra le righe, di dividersi. Ma dopo la Shoah, la nascita dello Stato di Israele e la conquista dei pieni diritti, della piena dignità in seno alle società democratiche, qualche lezione l’abbiamo imparata.
Oggi possiamo dire che nel mondo progredito non esiste luogo dove non ci si sia dotati di un giornale ebraico professionalmente credibile, leggibile per la società esterna che guarda con interesse ai temi ebraici, scritto dai suoi redattori, bilanciato fra contenuti informativi di conoscenza e approfondimento e libera espressione di opinioni qualificate. Un giornale ebraico che sia la casa di tutti e dove le stesse regolare valgano per tutti. Che guardi oltre il modello dei fogli parrocchiali. Che sappia rendere la gioia della propria identità e non solo un cupo senso di pessimismo e di oppressione. Esiste, ovviamente in grandi comunità come quella britannica. Ma anche in Germania, in Argentina, in Olanda, in Svizzera, in Austria, in Croazia. Anche l’Italia, dove spesso, anche nell’epoca della globalizzazione, si parla dei problemi schivando il confronto con la realtà esterna, si è infine faticosamente adeguata in tempi recenti. E non solo con la nascita di mezzi di informazione nati proprio attorno a questa volontà di apertura e di crescita. Ma anche per l’evoluzione dei mezzi comunitari, che sono molto cambiati, da quando esiste Pagine Ebraiche.
Il progresso è sotto gli occhi di tutti, la crescita professionale innegabile. E per di più voci un tempo rigorosamente condannate al silenzio si vedono offrire un piedistallo per esprimersi senza freni a ruota libera. Un passo avanti importante, che come tutti i progressi porta con sé qualche prezzo da sopportare. Come l’entusiasmo dei neofiti del pluralismo, convinti che l’Italia ebraica, più che di uno spazio per ragionare, senta il bisogno di pifferai magici.

g.v

(Pagine Ebraiche aprile 2013)