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Mishkan…

Nel giorno dell’inaugurazione del Mishkàn, Moshè – ricordando le regole relative ai sacrifici della giornata – dopo aver annunciato che in quel giorno ci sarà una manifestazione della Presenza Divina percepibile, ammonisce dicendo “Questa cosa che il Signore ha comandato la dovete fare, e la gloria del Signore Si manifesterà a voi”. Questa ammonizione può sembrare un po’ oscura. Il Midràsh interpreta le parole di Moshè come segue “Questa tendenza al male toglietela dal vostro cuore e siate tutti con un’unica venerazione;… come Egli è unico nel Suo mondo, così sia il vostro servizio unico al Suo cospetto”. Sembra che la spiegazione sia più oscura del testo da spiegare: di che tendenza al male si parla? Perché Moshè insiste su ciò che Ha-Qadòsh Barùkh Hu’ ha comandato, ossia sulle regole dei sacrifici? Il libro “Qòmetz Ha-Minchà” spiega che quando il popolo ha sentito che in quel giorno si sarebbe manifestata la presenza divina, ognuno si è messo a fare del suo meglio per accoglierla degnamente, quasi che la propria azione fosse quella che avrebbe potuto “invogliare” la Shekhinà a manifestarsi. Un simile atteggiamento, molto comune anche nelle vicende umane (pensiamo a quante cose prepariamo in casa se è previsto un ospite particolarmente importante), è però frutto di una tendenza negativa: D.o non Si manifesta perché Tizio è stato più bravo di Caio, ma perché ognuno compie diligentemente ciò che deve fare. È questo ciò che dice Moshè: se voi fate ciò che vi è stato comandato, ed eliminate di mezzo a voi la tendenza a mettervi in mostra, allora la vostra azione è completa ed unitaria, e quindi adatta a Chi è Uno in Sé. Lo “Shem Mi-Shemu’èl” individua un altra “tendenza al male”: godere della presenza della Shekhinà può far pensare di aver raggiunto un livello particolarmente elevato; ma quanto più uno è elevato, tanto più deve fare attenzione a non sbagliare, perché più si è in alto, più grave è la portata delle colpe anche minime. Dopo l’inaugurazione del Mishkàn era inevitabile che gli Ebrei pensassero di aver meritato la presenza della Shekhinà grazie al loro livello; Moshè li mette in guardia: questo “yétzer ha-rà‘”, questa superbia, è da eliminare dal nostro cuore proprio se vogliamo meritare di essere ad un livello più alto! Se osserviamo le due spiegazioni portate fin qua, ci rendiamo conto che in fondo non differiscono fra di loro se non nel modo di azione che Moshè contesta; ma in ambo i casi il peccato è unico: la superbia. Essa può rivestirsi di zelo preventivo, come indica il “Qòmetz Ha-Minchà”, oppure fingere di essere una deduzione da ciò che sperimentiamo; ma in ogni caso è perniciosa, ed allontana da noi il contatto con Ha-Qadòsh barùkh Hu’.

Elia Richetti, presidente dell’Assemblea rabbinica italiana

(4 aprile 2013)