moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

Da Assad a Erdogan

Due notizie cattive e una buona. La comunità internazionale, in questo momento convocata in occasione del G8, non esprime una posizione univoca e minimamente utile di fronte alla tragedia siriana. Vuoi per i veti della Russia e della Cina, vuoi per paura di una reazione iraniana, vuoi perché non si capisce chi siano i “ribelli”, è la paralisi a dominare. Gli Stati Uniti si mostrano in difficoltà sul piano politico, poiché non riescono a costruire un consenso, e anche sul piano culturale, perché non si sa se vogliano armare i ribelli, cioè fidarsi, oppure adottare misure meno impegnative. Nel frattempo la gente muore a migliaia, le truppe di Assad riconquistano terreno e nessuno dei possibili compromessi pare avvicinarsi.
La rivolta turca sembra sedata. Ha prevalso il pugno di Erdogan e probabilmente la sensazione diffusa tra i turchi che, nonostante tutto, non si debba compromettere un’economia florida e in espansione. Addolorano la repressione troppo dura, la mancata apertura sul tema dei diritti civili e politici, l’atteggiamento dittatoriale del Primo Ministro turco. Ma, anche qui, occorre menzionare l’insipienza della comunità internazionale: è stata l’Europa a non volere la Turchia nell’Unione e a favorirne così lo slittamento da aspirante democrazia europea a potenziale leader mediterraneo, mediorientale e sub-caucasico. Se cambia la sfera d’influenza è chiaro che cambiano anche le priorità e l’approccio in tema di democrazia.
A sorpresa vince le elezioni iraniane Hassan Rohani, ponendo fine all’era Ahmadinejad. A parte l’inevitabile moto di gioia per la dipartita di un dittatore feroce, che all’estero vagheggiava la distruzione dello Stato d’Israele e una fantomatica alleanza con il Venezuela di Chavez, occorre prudenza. Può essere che si tratti di un’astuzia dei mullah per tranquillizzare l’Occidente e proseguire indisturbati nel programma nucleare, su cui peraltro il consenso della popolazione è pressoché totale. Ma penso sia legittimo un timido moto di speranza: la Persia sembra rientrare nel gioco della diplomazia e della politica internazionale, e questo è di per sé un segnale positivo.
A proposito: vi viene in mente chi si trova proprio nel mezzo tra Turchia, Siria e Iran?

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas
Twitter: @tobiazevi

(18 giugno 2013)