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Claudio Magris: “I perseguitati hanno salvato la libertà del mondo”

Fra le tante parole importate via terra o via mare o depositate dal vento in quel dialetto che si ostinano a parlare tutti, dai portuali agli scienziati, la parola “divorzio”, che dà nome a un intero trattato di Talmud, non poteva che venire dalle antiche terminologie ebraiche. E’ cosa naturale che alle porte di Trieste, nello stabilimento balneare più democratico del mondo, dove lungo le scogliere di Barcola che guardano a Miramare si mischia l’umanità più disparata, voli in tutta naturalezza sulle labbra delle casalinghe e degli impiegati in pausa di metà giornata, l’espressione “darghe el ‘ghet”. In mezzo a loro, per uno di quei mitici bagni cui non vuole rinunciare caschi il mondo, pare ne debba prendere un centinaio l’anno, c’era anche il professore. Mischiato alla folla che si contende un lembo di cemento per stendere l’asciugamano al sole, un grande germanista in costume da bagno lascia solo un segno che lo distingua dalla folla popolare: quello che si è portato da leggere. Isaac Bashevis Singer attendeva ancora il riconoscimento del Nobel e i suoi racconti, dove scorre in piena il fiume della grande letteratura classica, erano nelle mani di pochi intenditori. Sotto il sole di Trieste gli occhi di Claudio Magris si lasciarono incantare da uno di quei racconti “Colui che non era visto”, la storia di un ghet sbalorditivo, dove alla separazione seguirà l’impossibile e questa volta peccaminoso ritorno. L’emozione travolgente di un adulterio da vivere con la propria consorte. Nel raccontare queste pagine, nel ripercorrere l’intersecarsi delle sue strade di germanista e di letterato con le vie ebraiche della letteratura e della vita, Magris svela infine l’inizio di una importante amicizia con il grande scrittore yiddish. “Dopo la folgorazione di quelle pagine – racconta – non ho aspettato nemmeno di rivestirmi e tornare a casa. Ho attraversato la strada Costiera per raggiungere la tabaccheria più vicina e comprare una cartolina e un francobollo, poi al tavolino di un caffè ho scritto a Singer indirizzando all’editore newyorkese Farrar Strauss, che più tardi sarebbe diventato il mio editore negli Usa”.

Singer rispose? E’ nata così la vostra amicizia?
Certo, in pochi giorni ho avuto la risposta e in tempi brevi, prima negli Stati Uniti, poi durante le sue vacanze estive a Wengen, in Svizzera, abbiamo cominciato a incontrarci. Cosa cercava in Singer? All’inizio forse solo l’occasione di capire e di conoscere un grandissimo scrittore, ma forse anche la possibilità di comprendere quella cultura ebraica che ogni triestino ha in un modo o nell’altro l’occasione di incontrare.

Trieste capitale delle minoranze. E’ la particolarissima composizione sociale della città a favorire la conoscenza, o il suo immenso patrimonio culturale e letterario?
Nella mia esperienza in gioventù ha contato molto la conoscenza diretta, le amicizie, le persone incontrate al caffè. La cultura è venuta molto più tardi. Già da giovane sono stato un lettore appassionato. Ma come molti giovani triestini mi ero accuratamente tenuto a distanza dalla letteratura della mia città. Quando sono andato a studiare e insegnare a Torino mi occupavo della grande letteratura europea, ma lì ho preso in mano Svevo e Saba per la prima volta.

Perché solo allora?

Per la sofferenza di essere distante dalla mia città. Per il desiderio di comprenderla, ora che me ne ero distaccato.

Torniamo all’amicizia con Singer. Cosa vi siete detti?
Ho avuto l’impudenza di chiedergli come facesse a scrivere pagine indimenticabili, altissime, e altre, soprattutto in alcuni romanzi, talvolta noiose.

E lui?
Wittgenstein disse che esistono due categorie di scrittori, quelli che scrivono con il cervello e quelli che scrivono con la mano, in virtù di un dono naturale, di un istinto formidabile. Singer evidentemente scriveva d’istinto, scriveva con la mano, e mi rispose ridendo che lui non si domandava mai il perché del suo lavoro, scriveva quello che gli veniva e basta. Eppure nei suoi primi saggi che hanno acceso anche in Italia la passione per il patrimonio letterario della Mitteleuropa, nel “Mito asburgico” e soprattutto in “Lontano da dove”, la chiave di lettura è Joseph Roth.
Roth è stato solo un pretesto, il tema di una grande riscoperta letteraria di quegli anni, la figura ideale dell’ebreo sradicato, in fuga. Ma in realtà era Singer che avevo in mente più di altri come modello letterario.

Come è entrato nel mondo culturale ebraico europeo che poi avrebbe finito per raccontare e insegnare?
A casa del mio maestro, il germanista torinese Leonello Vincenti. Sua moglie Frederike Guttman era un’ebrea tedesca che mi ha molto aiutato a comprendere lo stretto legame fra gli ebrei e i tedeschi. Lì ho cominciato a capire che l’antisemitismo tedesco, con quello che ne è seguito, è stato molto più di una bestialità. E’ stato un suicidio, la più profonda manifestazione di odio nei confronti di tutto quanto nel mondo di lingua tedesca rappresentasse un valore. E ho capito che attraverso il loro immenso sacrificio gli ebrei hanno salvato la libertà del mondo. Se il nazismo e il fascismo si fossero limitate ad essere una dittatura di destra, come per esempio il regime di Franco in Spagna, avrebbero probabilmente potuto godere della passività dell’Occidente e forse anche dell’appoggio degli ebrei reazionari. E sarebbero rimasti lì per chissà quanto tempo. Insomma, per queste vie ho imparato ad amare l’ironia e la libertà e a tenermi alla larga dall’idolatria.

Trieste è forse una delle città d’Europa che più hanno sofferto delle lacerazioni del Novecento. L’Europa in cui viviamo oggi, con la caduta delle barriere confinarie e monetarie, sembra un luogo più tranquillizzante?
Abbiamo compiuto grandi conquiste, ma anche fatto molti passi indietro. I propagandisti dell’odio rialzano la testa. I localismi strumentali sono strumentalizzati solo per alimentare le divisioni, mai le ricchezze culturali. “Una cosa è essere napoletano, una cosa è fare il napoletano”, mi ha detto una volta il mio amico Raffaele La Capria. La verità, cito l’autore bavarese Karl Valentin, è che “Il futuro non è più quello di una volta” e i giovani che possono godere di tanti progressi corrono il rischio di perdere il bene più prezioso, il gusto della speranza e degli ideali, l’idea che il mondo va cambiato e non solo amministrato.

L’Europa non può guarire dalle proprie ferite?
Una persona scarsamente consumista come me potrebbe consolarsi dicendo che Hitler è durato in definitiva meno del mio scaldabagno. Ma la verità è che l’Europa rischia di perdere il suo bene più prezioso, un sano senso di ipocrisia.

Professore, proprio lei che l’Italia pensante vede come una delle rare guide morali rimaste, vuole fare qui l’elogio dell’ipocrisia?
Certo. Vede, un mondo dove gli antisemiti tacciono le loro opinioni demenziali per il timore della riprovazione sociale è un mondo dove alcuni individui valgono davvero poco, ma la società nel suo complesso vale molto. Un mondo dove non sono portati a tacere è una società che non promette nulla di buono. Gli ebrei italiani sono presenti continuamente sui giornali, ma quanti in effetti comprendono i loro valori e la loro cultura? Gli ebrei italiani dovrebbero cercare amicizie certo in quella ristrettissima fascia della popolazione che conosce bene la loro storia e la loro identità e contemporaneamente nella grande componente dell’Italia che non li conosce per nulla. Il pregiudizio attecchisce dove aleggia la conoscenza superficiale, la nozione vaga, quello che si crede di sapere e che in realtà non si sa.

Presto sarà il Giorno della Memoria. Il suo recente intervento al Quirinale su questo argomento fu considerato da molti memorabile. Ma da allora su questo argomento lei ha preferito tacere. Perché?
E’ vero che ho declinato molti inviti a intervenire ancora. Quello che avevo da dire l’ho detto allora. Non voglio diventare l’oratore della Memoria che ogni anno va in giro a ripetere se stesso. Se posso dare un suggerimento alle organizzazioni che si occupano di questi argomenti: siate selettivi, prendete poche iniziative e realizzatele con grande cura.

Lei è entrato in Senato nel 1994 eletto dalla coalizione triestina laica e progressista che cercò di contribuire all’opposizione al primo governo Berlusconi. La politica le manca? Ha pensato a ricandidarsi?
Accettare quell’incarico e vivere qualche tempo in quel mondo che non è il mio per me non è stato facile. Mi ci sono accostato da bravo scrittore triestino, con il complesso di Guglielmo Oberdan, che non voleva uccidere, ma morire. Sono come un omosessuale che per dare un suo contributo alla società fa violenza a se stesso e si sposa. Se poi per le circostanze della vita resta vedovo, non gli si può chiedere di risposarsi una seconda volta.

Che cosa teme?

Che il dilagare della chiacchiera, il proliferare dei messaggi, il disperato accalcarsi di chi cerca visibilità, finisca per spegnere il valore della Parola.

(nell’immagine Claudio Magris ritratto da Giorgio Albertini)


Guido Vitale, Pagine Ebraiche febbraio 2013