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Si avvicinano in Israele le elezioni per il rinnovo delle cariche di rabbino capo, sefardita e ashkenazita, in un clima di nepotismo (molti dei candidati sono figli o fratelli di noti personaggi del mondo religioso), veti incrociati e anatemi (fino all’uso dell’invettiva di “rappresentante di Amalek”), amnesie (per il candidato i cui titoli di studio risulterebbero datati e insufficienti), inchieste penali su altri candidati (per reati che vanno dalle manifestazioni di razzismo alla malversazione), arresti domiciliari (per il rabbino capo ashkenazita uscente), e una generale caduta di prestigio se non di rilevanza dell’augusta istituzione. Vi sono rabbini in Israele che rifiutano di consumare i cibi kasher ai quali hanno dato loro stessi la certificazione in quanto pubblici ufficiali, perché separatamente dirigono una rete di certificazione privata. Lasciamo al collegio elettorale israeliano il faticoso compito di scegliere i candidati migliori, o almeno i meno peggiori, e ci chiediamo quale potrà essere l’impatto di tante vicissitudini sulla guida spirituale delle collettività ebraiche nel mondo. In che misura le vicende del rabbinato centrale israeliano e la scelta delle persone che per i prossimi dieci anni fungeranno da rabbino capo di Israele, potranno influenzare la capacità dei rabbini italiani di operare in piena coscienza, la loro facoltà di autonomia o di dipendenza da Gerusalemme, e in definitiva la loro interpretazione e attuazione di un ebraismo normativo in Italia? Sarebbe bello se qualcuno potesse rispondere.

Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme

(18 luglio 2013)