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berakhot…

Dopo aver elencato e abbondantemente esemplificato gli innumerevoli segni dell’attenzione e dell’amore divino per Israel, Moshè osserva: “We-‘attà Israel, ma Ha-Shèm E-lokékha sho’èl me-‘immàkh, ki im le-yir’à eth Ha-Shèm E-lokékha..?”, “Ed ora, Israel, che cosa il Signore tuo D.o ti chiede, se non di venerare il Signore tuo D.o?”. Rashì spiega questo verso sottolineando che nonostante tutto ciò che gli ebrei hanno fatto di male, tuttavia Ha-Qadòsh Barùkh Hu’ si accontenta del semplice rispetto dell’impegno a venerarLo ed amarLo, e non chiede particolari atti di contrizione o penitenza.
Tuttavia il modo in cui la Torà presenta la questione è tale da lasciare ancora insoluta una domanda che i Maestri del Midràsh pongono in maniera evidente: “È forse cosa da poco quella che viene chiesta, di venerare in maniera acconcia il Creatore?”. A ben vedere, forse tutto l’ebraismo è concentrato in quest’idea che qui viene presentata come una cosa da poco!
La risposta dei Maestri è a prima vista spiazzante: “Non intendere ‘Ma’ (‘che cosa’), bensì ‘me’à’ (‘cento’): il Signore ci chiede di recitare per Lui cento benedizioni ogni giorno”.
Ma è proprio così? Realmente se noi recitiamo cento benedizioni ogni giorno abbiamo fatto tutto quello che Ha-Qadòsh Barùkh Hu’ ci chiede? Che ne è del precetto dello Tzitzìth, dei Tefillìn, della Kasherùth, dello Shabbàth..? E soprattutto, tutto il timore di D.o si esplica nella recitazione meccanica di cento formulette? O forse, cento benedizioni sono un numero tanto esorbitante da richiedere un impegno immane? E se così fosse, perché viene presentato come un impegno minimo?
Per dare una risposta a questi quesiti, che non sono solo di pura esegesi ma investono anche aspetti fondamentali del pensiero ebraico e del pensiero religioso in genere, dobbiamo soffermarci un attimo sulla richiesta divina e sulle sue implicazioni. Cento benedizioni al giorno sono assolutamente di routine nella vita quotidiana. Basti pensare che già al risveglio l’ebreo osservante ne recita una ventina; altre ventisette se ne recita nel corso della Tefillà del mattino, ogni volta che mangia o beve qualcosa ne recita una o due, superando così la decina, diciannove ne dice nella Tefillà pomeridiana, ventitré in quella serale ed un’altra prima di addormentarsi. È quindi vero che l’impegno non è eccessivo. Ma ciò che conta qui non è l’impegno materiale, bensì il suo significato. Recitare cento berakhòth significa in realtà ripetersi cento volte che siamo legati a D.o, che Lo celebriamo, Lo ringraziamo, Gli siamo vicini, ne riconosciamo la maestà (“…Mélekh Ha-‘olàm”): siamo qui di fronte all’ennesimo segno della pedagogia divina, che attraverso l’azione fa sì che principi fondamentali entrino a far parte del nostro essere. Cento berakhòth sono cosa da poco, ma hanno il potere enorme di insegnarci a “venerare il Signore tuo D.o”, come ci insegna la Torà; sono cosa da poco a confronto di ciò che Lui ha fatto e fa per noi ed a confronto di quanto abbiamo sempre mancato nei Suoi confronti (come dice Rashì), ma sono – se recitate con consapevolezza di ciò che stiamo facendo – una grande affermazione del nostro rapporto con Lui.

Elia Richetti, presidente dell’Assemblea rabbinica italiana

(26 luglio 2013)