Quale futuro per i rabbini

rabbiniDa anni l’ebraismo mondiale ha una nuova ossessione: il rabbinato. Se qualche generazione fa la figura del rabbino destava un certo timore reverenziale, ora proprio questo sembra essere il tema preferito per le discussioni nei salotti buoni o meno buoni. Tra i motivi italiani, un certo avvicinamento e un coinvolgimento sempre crescente. Se la storia racconta di rabbanim che bisticciavano tra di loro fin dai tempi di Hillel e Shammai, ora la porta è aperta e le cortine sono spostate. Si vuole seguire, si vuole capire. E la situazione attuale è davvero intricata: mai come questo anno il rabbinato ha tremato, mai come questo anno gli scricchiolii sono stati così forti. Francia, Inghilterra, Italia, Israele; ogni paese ha avuto la sua razione di malumori e dispiaceri. L’America delle congregation, con la sua frammentarietà e indipendenza tira un sospiro di sollievo: dare una visione d’insieme è davvero troppo difficile. Di un tema così pregnante per l’ebraismo mondiale non poteva non occuparsi Redazione Aperta, l’incontro triestino annuale tra i redattori di Pagine ebraiche, i collaboratori e con una voce d’eccezione: il rabbino capo di Roma rav Riccardo Di Segni. Appunti alla mano, rav Di Segni si prepara a passare in rassegna la situazione attuale del rabbinato non senza un’analisi critica. “Nelle domande presenti dentro la ricerca sociodemografica sugli ebrei italiani appena pubblicata dal professor Enzo Campelli, se ne include una sul grado di soddisfazione rispetto ai propri rabbini di riferimento. Viene rilevata una certa insofferenza alla rigidità della rabbanut, ma cosa accade altrove?”. Si inizia da Oltralpe con il caso Gilles Bernheim. Dopo anni e anni sotto la guida di rav Joseph Sitruk, tunisino di origine, “un classico rabbino pastorale”, la Francia ha chiesto altro, un rabbino filosofo. Ecco allora la scesa in campo di Bernheim e una tempesta in arrivo con lui. I mesi scorsi sono stati roventi. “L’apice del successo di Bernheim è stato raggiunto quando Benedetto XVI lo ha citato – spiega rav Di Segni – ma con l’accusa di plagio successiva è sceso un rapido tramonto che ha portato alle sue dimissioni e ora la situazione sembra paralizzata”. Si approda poi in Israele che con le elezioni dei nuovi rabbini capo, sefardita ed ashkenazita, è stata al centro di intrighi da telefilm in puro stile The west wing. E chissà che davvero non ne facciano un serial. “Il ruolo dei rabbanim israeliani è fondamentale per gli equilibri di politica interna e non solo. Si è cercato di riconfermare rav Amar, una vera e propria autorità fuori dal comune in ambito religioso, ma non c’è stato nulla da fare”. La legge in Israele infatti prevede che al momento dell’elezione il rav debba avere meno di settanta anni e la sua carica duri dieci anni. Nato a Casablanca, Amar è stato una novità per il paese data la difficile integrazione della comunità marocchina. Così tra figli di grandi personaggi e haredim che seguono le proprie autorità, la situazione si fa sempre più confusa, sfilacciata e sopratutto instabile. “A succedere a un re c’è il figlio maggiore, a un maestro invece segue il discepolo come Yeoshua con Moshè”. Questo anno ebraico oramai agli sgoccioli segna un’altra uscita di scena, quella dello Chief Rabbi del Commonwealth Jonathan Sacks. Lord Sacks. Rav Di Segni nel descrivere l’immensa figura di Sacks, il rav che manda in brodo di giuggiole gran parte dell’ebraismo mondiale, avverte nuovamente: “Non bisogna mai perdere il senso critico”. Londra sta diventando sempre più influente nelle scelte del rabbinato e la United Synagogue del Rav Sacks non influisce sul Bet Din, che prende decisioni autonomamente. “Un ebreo che si vuole trasferire a Londra deve essere preparato al fatto che loro ricontrollano e riverificano tutto, è importante che un Beth Din comunichi con gli altri. Non dobbiamo rimanere isolati”. Rav Sacks è una personalità eccezionale, ma anche lui, avverte il rav Di Segni, usa strategie particolari. “Il suo punto di forza è il legame con l’attualità e penso sia questo uno dei motivi che lo rendono così accattivante. Come quella volta che ha fatto dell’ironia sui tablet di Steve Jobs” aggiunge. Poi rav Di Segni legge una lezione di rav Sacks per far vedere l’uomo oltre al mito, oltre le lettere alle nuove generazioni. L’intervento si intitola Se potessi governare il mondo e inizia con una battuta: “Se potessi governare il mondo, mi dimetterei immediatamente” e poi arriva al nocciolo; una esaltazione dello Shabbat, un appuntamento settimanale che permette di avere dei limiti (rav Sacks mette in campo l’ecologia), di allontanarsi dalle questioni di denaro e che rinnova il capitale sociale. “Ma quanto c’è di vero in questa esaltazione del tempo nella quale si invita indistintamente tutti a rispettare Shabbat?” si chiede perplesso. Così, dopo aver mostrato alcuni interrogativi, introduce “l’anti-Sacks” per eccellenza: rav Shmuley Boteach. Figura piuttosto originale, autore di best seller come Kosher sex e Kosher Jesus e rabbino di riferimento di Michael Jackson. “La figura del rabbino capo deve mostrare coraggio morale e non deve aver paura di affrontare le controversie”, conclude rav Di Segni. Controversie che non mancano di certo e che sembrano coinvolgere sempre di più la vita di ogni ebreo ai quattro angoli della Terra.

Rachel Silvera, Pagine Ebraiche, agosto 2013

(18 agosto 2013)