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norme…

Insegnano i nostri Maestri: “Ha-omèr: ‘Al qan tzippòr yagghì‘u rachamékha… meshatteqìn othò”, “Chi (nella sua preghiera) dice: Fino al nido d’uccello giunge la Tua misericordia… lo si fa tacere”. C’è qui un chiaro riferimento alla regola, esposta nella Parashah di questa settimana, di non sottrarre i pulcini o le uova alla madre mentre è alla cova. Ciò che i Maestri vietano è quindi il considerare questa norma come un atto di misericordia divina, perché – essi spiegano – essa non è frutto di misericordia, bensì una “ghezeràth Mélekh”, un imperscrutabile decreto divino.
Quest’affermazione ci può sembrare strana: molte volte abbiamo sottolineato come le mitzwòth siano frutto di una mirabile pedagogia divina che mira ad educarci ad una vita consapevole del rapporto armonico, rispettoso, che deve vigere nel Creato, e questa mitzwà sembra confermare tale scopo; perché, dunque, bisogna zittire quale eretico chi loda Ha-Qadòsh Barùkh Hu’ per la sensibilità e la delicatezza che questa mitzwà sembra insegnarci?
La risposta si trova nel concetto stesso di “ghezeràth Mélekh”: si tratta, certamente, di imperscrutabile decreto divino, ma non di un imperscrutabile capriccio. Giustamente e mirabilmente il rabbino livornese Elia Benamozegh lo spiegava: il decreto divino è una necessità della natura etica dell’universo; se la norma non fosse come decretato, l’universo sarebbe diverso da quello che è.
Ciò spiega non solo questa mitzwà, ma anche tante altre; pertanto l’osservarle non è semplicemente l’adesione di bravi figli al volere del Padre celeste, dei cittadini del mondo della Torà alla volontà del Promulgatore della medesima, bensì la compartecipazione dell’uomo alla reggenza dell’universo, la sua corresponsabilità al naturale andamento del cosmo. È per questo che chi limita la portata della mitzwà del “shillùach ha-qèn” (“l’allontanamento dal nido”) ad un atto di una sola delle categorie dell’azione divina nel mondo, ossia alla sola “middàth ha-rachamìm” (la caratteristica della misericordia), è tacciato di eresia: non un atto di pietà, ma una necessità universale; non la sola “middàth ha-rachamìm”, ma tutta l’essenza divina partecipa alla promulgazione delle norme della Torà, come tutta l’essenza umana deve adoperarsi a realizzarle.

Rav Elia Richetti, presidente dell’Assemblea rabbinica italiana

(15 agosto 2013)