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In un interessante documento manoscritto redatto da un anonimo padre censore nel 1759 sulla celebre antologia talmudica “Ein Israel” di Ya’akov Habib, si può leggere una violenta intemerata specialmente rivolta alla parte haggadica del Talmud, “riempita – così sostiene il religioso – non solo di gravi interpretazioni, ma anche di bestemmie, e di comenti contra la Legge naturale e Divina”. Fra queste presunte distorsioni si cita un bel brano del trattato di Berachot, che presento nella traduzione settecentesca di cui sopra: “Disse Rab. Josse, che una volta entrato in una rovina di Gerusalemme per orare, ed avendolo aspettato Elia profeta fino alla fine dell’orazione, lo stesso Elia lo interrogò che voce avesse udito in quel luogo desolato, mentre orava, ed egli rispose aver udito come una colomba che gemeva e si lagnava, dicendo guai a me che ho rovinato il mio Tempio, ed ho mandato in schiavitù i miei figli fra le nazioni del mondo, ed Elia soggiunse, Figlio mio per la vita tua e del tuo capo non solamente in questa ora ha così detto Iddio; ma tre volte il giorno geme, e si lamenta in cotal guisa, ma v’è di più che tutte le volte che gl’Israeliti entrano nelle Sinagoghe, nelle Scuole e, nelle Accademie e dicono Amen sia Benedetto il suo Gran Nome, Iddio muove il suo capo e dice Beato il Re che con simil lode è lodato nella sua casa, e guai a quel padre che ha mandato in schiavitù li suoi figli fra le nazioni del mondo, e guai a quelli figli che sono stati esiliati dalla mensa del Padre loro.” In barba all’ignoto censore (le cui parole dimostrano in verità quanta strada ha compiuto la Chiesa negli ultimi secoli) trovo il brano bellissimo e sconvolgente per la sua poesia, per la sua modernità e per la grande forza che viene riconosciuta alla preghiera. Kadosh Baruch-hu sembra pentirsi per aver esiliato il Suo popolo, ma nel medesimo tempo instaura con esso un rapporto paritetico fondato sulla quotidianità della preghiera, che può contrastare l’esilio. Un grande insegnamento in tempi che vedono figli scacciati dalle loro terre e morti affogati ancora prima di poter raggiungere un esilio che si preannuncia durissimo, e che pure qualcuno vorrebbe loro negare.

Gadi Luzzatto Voghera, storico

(11 ottobre 2013)