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Tea for Two – New York, New York

silveraLa prima parola che ho imparato a leggere è stata Alitalia. Mio padre tornava a bordo di quell’aereo tricolore dai suoi numerosi viaggi americani anni ’90. E non si dimenticava mai di me, portando doni degni del paese della cuccagna: una hanukkiah con personaggi Disney, per dirne una. Ciambelle ricoperte da un sottile strato di cioccolata con marchio kasher, per dirne un’altra. Mi è bastato questo per alimentare (letteralmente) nella mia testa la creazione di una terra mitica e prolifica dove tutti i cibi erano permessi e dove al Disney Store, vicino all’albero, spuntava sempre una hanukkiah. “America” sospiravo, mentre cominciavo a sfogliare le copertine patinate di Teen Vogue. A quel punto dovevo vederla, non potevo accontentarmi di ricostruirla attraverso regali e mini muffin. I diciotto anni hanno fatto il resto; il viaggio padre-figlia si svolgeva proprio lì: a New York. Pronta per buttarmi nelle danze della Mela, ebbra di puntate di Gossip girl, mi sono lanciata. E un po’ anche schiantata. “Sveglia provincialotta, New York non è il set di un musical. Non ti prendono sottobraccio e non ti regalano pretzel da prendere al volo”. Quello è stato il momento esatto nel quale scopri che il ragazzo che ti piace ha una voce gracchiante. Le note stonate non hanno però concluso la loro opera: passavo da momenti di disillusione a conferme del sogno americano. Entrare in un negozio di articoli religiosi ebraici e trovarsi per caso durante l’ora di minchah, con centinaia di impiegati che accorrono dai loro uffici e si mettono a pregare mentre te non sai dove piazzarti per non intralciare, ad esempio. Una volta tornata, ho ridimensionato il sogno a stelle e strisce, mi sono messa a vedere puntate di Mad Men, il cui compito è tagliuzzare ed azzannare i grandi miti e ho finto di essere guarita. Non sapevo però che il prossimo viaggio paterno sarebbe stato letale: Ulisse ha portato al suo ritorno la copia domenicale del New York Times. E questo vuol dire solo una cosa: stato di puro sollucchero. Il vero paese di Cuccagna è il New York Times, se New York è sovraffollata e munita di appartamenti minuscoli a prezzi proibitivi, nel New York Times della domenica c’è posto per tutti: una stanza per un articolo su Ronan Farrow, il figlio geniale di Mia Farrow e Woody Allen (o Frank Sinatra) che presenzia ad una cena di gala al Museo di Storia Naturale dedicata alla Blue Card, la carta che aiuta i sopravvissuti della Shoah. Un salottino per un editoriale sull’Italia che va in pezzi “Italy breaks your heart” e un cucinotto dove scrivono che la nuova moda è aprire ristoranti gourmet dentro ai musei, Brooklyn in testa, of course. Poi pubblicità della mostra su Art Spiegelman. Un boudoir dove si parlotta di voti nuziali e di rabbini Coehn che celebrano ed il gioco è fatto. New York mi ha riconquistata. Confido nell’Autunno americano milanese.

Rachel Silvera, studentessa/stagista

(4 novembre 2013)