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Sapori – Far fiorire il deserto, per tutti

daniel chamovitz barillaIn corso da questa mattina all’Università Bocconi di Milano la seconda giornata dell’International Forum on Food & Nutrition organizzato dal Barilla Center for Food & Nutrition (BCFN), divisa in varie sessioni di discussione e dibattito per analizzare i diversi problemi ma anche le sfide del sistema agroalimentare, coinvolgendo esperti di ogni nazionalità e ogni campo. Tra i punti principali la gestione delle risorse naturali con particolare riferimento all’acqua, la sostenibilità della filiera, lo spreco alimentare e il valore del cibo in una prospettiva futura. “È necessario un approccio sistemico, olistico, per fornire un quadro generale e individuare le principali variabili in gioco e potersi impegnare nell’economia reale e nella collaborazione con gli altri paesi”, ha sottolineato nel suo intervento il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi. Ha concordato con lui su questo aspetto anche Carlo Petrini, fondatore dell’associazione Slow Food, che ha aggiunto: “Tutto deve ricominciare e tutto è già ricominciato: i governi non si impegnano abbastanza per risolvere i problemi della malnutrizione e della morte per fame, che affliggono soprattutto l’Africa sub-sahariana, ma l’attività e l’impegno sempre maggiori di associazioni come Slow Food e convegni come questo sono un segnale positivo, che deve fornire gli stimoli”. Con particolare riguardo all’Expo del 2015,: “Il mio timore tuttavia – ha continuato Petrini – è che al suo interno si privilegino gli aspetti culturali, turistici e ludici del sistema agroalimentare, lasciando in secondo piano la questione pressante della fame e della povertà: dobbiamo lavorare perchè questo non succeda”. Fra i relatori del Forum anche Daniel Chamovitz, direttore del Manna Center for Plant Biosciences all’Università di Tel Aviv, di cui Pagine Ebraiche pubblica un intervento all’interno del dossier Sapori sul numero di dicembre attualmente in distribuzione.

La ricerca umana di mezzi di sostentamento è oggi tanto attuale quanto lo era in tempi antichi. I nostri antenati, nomadi, si preoccupavano di trovare cibo, si agitavano se le piogge tardavano a scendere, proprio come noi oggi ci preoccupiamo dell’incremento del prezzo dei cereali, e ci agitiamo per la siccità e il riscaldamento globale. Perché questa ricerca di tranquillità, della garanzia di avere cibo a sufficienza, insomma di sicurezza alimentare ha caratterizzato e influenzato tutta la storia umana. Diecimila anni fa, da qualche parte in Medioriente, un innovativo raccoglitore e cacciatore nomade ebbe l’intuizione di mettere da parte alcuni dei semi delle piantagioni di frumento che crescevano spontaneamente intorno a lui, e di piantare l’anno dopo quei semi che aveva conservato. La sua famiglia e i suoi amici, come avevano fatto i loro antenati, raccoglievano e mangiavano questo frumento selvatico. Ma non era mai venuto loro in mente di mettere da parte alcuni dei semi e di piantarli l’anno dopo. Questo evento, la coltivazione di frumento selvatico, è stato un punto di svolta per la storia umana, che ha scatenato la prima rivoluzione verde, ha permesso all’uomo di fare piani per le sue future necessità di sostentamento e lo sviluppo di villaggi agricoli sedentari, di fare previsioni e di creare coltivazioni: inpratica ha dato vita alla civiltà moderna come la conosciamo. Nei millenni successivi abbiamo fatto passi da gigante nella nostra abilità di padroneggiare la natura. Abbiamo addomesticato un’innumerevole varietà di sementi che ci forniscono cereali, legumi, frutta e verdura. Attraverso i loro prodotti, i nostri mercati nazionali fanno, per così dire, squadra: commercio globalizzato significa che i pomodorini israeliani e le olive italiane vengono serviti insieme in un ristorante a New York. Comunque, nonostante questi progressi – e sono stati massicci – il problema della sicurezza alimentare ci perseguita sempre, dal momento che meno della metà della popolazione mondiale la può vantare. L’enorme crescita della popolazione, insieme a perdita di terreni destinati all’agricoltura, pratiche agricole non sostenibili, e drammatici cambiamenti dei nostri ecosistemi, stanno ostacolando l’abilità del mondo a produrre cibo a sufficienza per il nostro futuro. E dunque “Nutrire il pianeta”, il tema dell’imminente EXPO del 2015, è la Sfida con la S maiuscola per garantire all’uomo un futuro sulla Terra. Israele oggi rappresenta un paradigma perfetto di come approcci multidisciplinari possano essere utilizzati per il bene non solo della sua agricoltura, ma per salvaguardare le forniture globali di cibo. L’agricoltura è uno dei nostri maggiori successi, il che è a dire il vero piuttosto sorprendente, considerato che non siamo stati benedetti da immensi e rigogliosi terreni coltivabili. In effetti, più di metà del nostro paese è desertico, e della restante parte che viene bagnata da qualche pioggia, solo meno della metà rientrerebbe nella classica definizione di “arabile”. In rapporto alla popolazione, questo corrisponde a un ottavo della superficie arabile in Europa, e a un venticinquesimo di quella del Nord America. Ma nonostante queste condizioni di partenza piuttosto scoraggianti, abbiamo sviluppato l’abilità di coprire più del 90% del nostro fabbisogno alimentari. In realtà, se si analizza la situazione dal punto di vista della frutta e della verdura, Israele non solo fa fronte al 100% dei suoi bisogni, ma è a tal punto autosufficiente che può anche permettersi di esportare. Come siamo arrivati a questi risultati? L’agricoltura israeliana ha saputo fin dall’inizio adattarsi a condizioni molto complicate e a svilupparsi in esse. Attraverso l’innovazione, e con una certa chutzpah, l’atteggiamento tutto israeliano di non accettare un “no” come risposta, abbiamo sviluppato metodi che hanno consentito di coltivare in aree dove la quantità d’acqua era limitatissima, alcune ricevono addirittura meno di 2 mm di pioggia all’anno. Ma oggi il deserto israeliano è una vera cornucopia, è stato conquistato. Questo successo agricolo deve tutto a una cooperazione interdisciplinare che ha fuso l’ingegneria, come per esempio la tecnica dell’irrigazione a goccia, con innovativi metodi di gestione automatizzati, come serre o sistemi di mungitura computerizzati, e con studi genetici d’avanguardia, come lo sviluppo delle mucche da latte ad altissimo rendimento o di pomodori che crescono con l’acqua salata.

Daniel Chamovitz, Direttore Manna Center, Università di Tel Aviv
Pagine Ebraiche, dicembre 2013

(27 novembre 2013)