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arbitrio…

Uno dei principali quesiti che ci pone la storia della liberazione dall’Egitto è sintetizzato dal versetto in cui D.o annuncia: “E Io indurirò il cuore del Faraone e moltiplicherò i Miei segni e i Miei prodigi in terra d’Egitto”. Se, come sempre affermiamo, il libero arbitrio è ciò che distingue l’uomo dalle altre creature, perché D.o lo toglie al Faraone? E se glielo toglie, perché il Faraone è giudicato colpevole?
La tradizione rabbinica porta due possibili spiegazioni. Per la prima, D.o sapeva già che il Faraone non avrebbe mai fatto Teshuvà, e perciò – forte del fatto che il cuore del Faraone era già refrattario – l’ha ulteriormente indurito per poterlo punire in maniera esemplare. Per la seconda, invece, l’indurimento del cuore del Faraone era finalizzato a far sì che noi, vedendo dove può portare l’indurimento del nostro cuore, si impari a fare Teshuvà e a comportarci in maniera giusta. Lo stesso Midràsh afferma che alla fine il Faraone scampò alla punizione perché fece Teshuvà quand’era in punto di morte, ed allora Ha-Qadòsh Barùkh Hu’ lo ha salvato e lo ha mandato a regnare su Ninive, città malvagia che però, sotto la spinta del profeta Yonà, per ordine del re fece Teshuvà e fu salvata.
Ciò non fa che maggiormente responsabilizzare ognuno di noi: se perfino chi non ha l’insegnamento della Torah e delle Mitzwòth può e sa fare Teshuvà, tanto più dobbiamo e possiamo farlo noi.

rav Elia Richetti, presidente dell’Assemblea rabbinica italiana

(26 dicembre 2013)