giustizia…

È certamente un fatto notevole che una Parashah della Torah sia chiamata col nome di sacerdote pagano, anche se la tradizione affermerà che è diventato ebreo. La motivazione, come dicono i Maestri, è che Yithrò ebbe il merito di aggiungere una mitzvah alla Torah, suggerendo a Moshè come amministrare la giustizia.
Il suo suggerimento fu di nominare giudici per livelli successivi di giudizio: “Ogni cosa grande la porteranno da te, ed ogni cosa piccola la giudicheranno loro”. A questo punto la Torah riferisce che il suggerimento fu prontamente messo in pratica. C’è però una piccola differenza fra le parole di Yithrò e la loro realizzazione, come riportata dalla Torah: “La cosa difficile l’avrebbero portata a Moshè, e la cosa piccola l’avrebbero giudicata loro”. Che differenza c’è fra una cosa “grande” e una “difficile”?
A ben vedere, nella logica del diritto generale i vari livelli dipendono anche dalla portata di una causa: un giudice che si occupa di reati “minori” non si occupa di grosse bancarotte. Nell’ottica di Yithrò, Moshè avrebbe dovuto occuparsi solo di cause “importanti”, con grossi nomi o grosse cifre. La logica ebraica, invece, ritiene che non ci debba essere differenza fra la portata delle cause, bensì solo fra la difficoltà dei problemi che esse coinvolgono. I Maestri insegnano che ai nostri occhi “la causa per una monetina e quella di cento pezzi d’argento” sono assolutamente degne della stessa considerazione. Ciò che cambia è solo la difficoltà intrinseca, la complessità della casistica, il delicato equilibrio fra diverse ragioni o fra il rigido diritto e la considerazione della difesa del più debole…
Il diritto ebraico è riflesso della giustizia divina, e come tale ne deve assumere le caratteristiche: assoluta misericordia, ma in contemporanea anche assoluta giustizia.

Elia Richetti, rabbino

(16 gennaio 2014)