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Se fossi uno strillone romano in procinto di vendere titoli e giornali azzarderei un grido di richiamo: “Er fattacio de via Balbo!” E sono più che certo che in men che non si dica avrei molti più lettori che capelli. Ma non sono uno strillone, non vendo nulla né tantomeno me stesso o la mia identità e con molta modestia (ben nascosta) provo a offrire spunti di riflessione. L’Italia ebraica ha seguito, letto, vissuto e vive con sentimenti contrastanti la presentazione del libro “Sinistra e Israele. La frontiera morale dell’Occidente” promossa dalla associazione Hans Jonas e dal gruppo J-call. Le polemiche, le tensioni, le distanze, le accuse e gli scontri prima, durante e dopo questa presentazione sono state molte, diverse, con sfumature di ragioni e motivazioni che democraticamente dobbiamo ascoltare, ma che non possono essere analizzate come fossero tutte sintomo di un unico malessere o di una unica realtà. Il clima che ha portato alle tensioni e alle tese ma veraci contestazioni ha radici antiche, come ha giustamente scritto ieri Daniel Funaro e dimostra anche una nuova percezione che molti ebrei hanno di un certo tipo di intellettuale del nostro mondo. Sembra quasi che tra un certo tipo di luogo ebraico vivo, attivo e popolare nel senso più vero e bello del termine e altri luoghi ebraici intellettualmente impegnati e socialmente votati alla comunicazione e alla carriera non ci sia più alcuna possibilità di comunicazione, cosa dannosa per tutti e fonte di non rispetto e offese che in quanto tali vanno condannate.
Sta di fatto che i giovani comunicatori e pensatori ebrei della mia generazione non godono più del rispetto di quella che in altri anni sarebbe stata chiamata “base” e mi stupisce il fatto che questi stessi giovani non si pongono nessuna domanda e non si chiedono: “Perché la società ebraica mi contesta con tanta violenza?”. Possibile mai che tutta la protesta popolare ebraica di questi giorni possa essere liquidata con le categorie di “facinorosi”, “violenti”, “intolleranti”?
Rabbi Elazar Hakappar diceva:” L’invidia, il desiderio e (la ricerca de) la gloria, tolgono l’uomo dal mondo ( Avoth,4-21).
Il che significa, laicamente detto, che l’uomo ossessionato dall’invidia, dal desiderio e dalla ricerca della gloria perde la capacità di comprendere il mondo, in primis il proprio mondo, quello dal quale proviene e dove è nato seguendo il filo di molte e gloriose generazioni ebraiche.
Un mondo che oggi sembra non essere più disponibile a fare sconti identitari a nessuno, specie in nome della celebrità acquisita. Un mondo che non accetta l’ebreo celebre come indiscutibile fonte di ogni critica e che, purtroppo, tra le emozioni del suo rifiuto perde la capacità di ascolto dell’altro. Ma a un uomo, così come a una collettività arrabbiata e stanca, non possiamo fare paternali e non si insegna nulla nell’ora della collera. Mentre aspettiamo che la collera passi, dobbiamo però riflettere che l’identità ebraica della nostra generazione non può diventare motivo e motore per acquisire celebrità nella società fuori dai circoli ebraici perché questo aliena ogni sincera relazione con noi stessi e con gli stessi circoli ebraici. Il nostro lavoro come cittadini deve nutrirsi del nostro ebraismo e non dovremmo usare l’ebraismo per nutrirci. A una società non ebraica che a volte chiede conto del nostro essere ebrei e ci offre chiare leggi per esserlo in maniera costruttiva e proficua non dovremmo mai cedere, per non essere noi coloro che non portano onore né a se stessi né al nostro popolo. Scriveva Hannah Arendt, in “Ebraismo e modernità” che “ Di fronte ad un ebreo celebre, la società avrebbe dimenticato le sue leggi non scritte. Il potere fulgido della celebrità era una forza assolutamente reale, nella cui aura ci si poteva muovere liberamente e in cui si potevano persino avere degli antisemiti per amici[…]”. Queste parole sono il ritratto di un periodo in cui l’assimilazionismo era legge per molti tedeschi divenuti per legge, loro malgrado, ebrei. Dai giovani ebrei italiani ci aspetteremmo impegni, critiche, riflessioni e azioni politiche che non cerchino e che non perseguano fulgidi poteri né tantomeno diano vita a identità ebraiche a uso e consumo della azione politica non ebraica. Una azione politica che, quando distingue tra fratelli e non fratelli, tra ebrei buoni e ebrei cattivi, chiunque essi siano, porta l’uomo (ebreo) fuori dal mondo.

Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino

(17 gennaio 2014)