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trasparenza…

Le Parashòth di Wa-yaqhèl e di Pequdè sono in buona parte ricalcate su quelle precedenti di Terumà e di Tetzawwè; la differenza principale consiste nel fatto che mentre in Terumà e Tetzawwè i verbi sono coniugati al futuro, nelle successive sono coniugati al passato. Questa peculiarità, che potrebbe sembrare una stranezza, ha un motivo molto semplice: nelle prime Ha-Qadòsh Barùkh Hu’ ordina che cosa fare, quali materiali reperire e quali oggetti realizzare per la costruzione del Mishkàn e per le vesti rituali dei Kohanìm, in queste viene dato un rendiconto di ciò che è stato realizzato. Tuttavia, anche questo pone un problema: dato che la Torà è estremamente precisa nei termini e nulla è di troppo o inutile, queste due Parashòth avrebbero potuto essere riassunte da una sola frase: “Moshè, Aharòn, Betzal’èl e gli altri fecero esattamente tutto ciò che aveva comandato il Signore”. Perché invece c’è tutto questo rendiconto minuzioso e meticoloso? I nostri Chakhamìm hanno risposto che fu Moshè a voler riferire punto per punto, perché fosse chiaro che nessuno si era appropriato di nulla, che c’è sempre stata la massima trasparenza. E ciò non perché ci fosse qualche dubbio sul suo conto, ma proprio perché è dovere di ognuno, soprattutto di chi gode della fiducia degli altri, essere “pulito agli occhi di D.o e d’Israele”, ossia tenerci a garantire personalmente la trasparenza necessaria. Ma oltre a questo pur importante motivo, ognuna di queste Parashòth ha anche alcuni insegnamenti in più, specifici, da darci. Ad esempio, in questa Parashà è ricordato che i materiali per la costruzione furono affidati da Moshè a Betzal’èl, ad Aholi’àv, e a chiunque “nessa’ò libbò le-qorvà el ha-mela’khà la-‘assòth othàh”, “il cui cuore lo aveva portato ad avvicinarsi all’opera per realizzarla”. Oltre alle persone che per capacità e ispirazione erano state incaricate da D.o, si misero all’opera molti volontari. Se già questa piccola osservazione ci fornisce motivo di meditazione sul rapporto che dovrebbe legarci all’azione per il bene spirituale comune, c’è però un dettaglio in più che ci fornisce uno spunto ulteriore. L’espressione usata dalla Torà a proposito di questi volontari, “kol ashèr nessa’ò libbò”, indica certamente un concetto di volontariato, ma anche ci dice che questa volontarietà ha la proprietà di essere “nessa’ò”, ciò che ha la caratteristica di fornire un’elevazione la cui origine è “libbò”, il proprio cuore. Chiunque si dedichi al bene comune deve quindi sapere che il suo impegno non deve essere vissuto come un distogliere se stessi da altre cose, ma come qualcosa che serve a migliorarsi e a elevarsi.

Elia Richetti, rabbino

(20 febbraio 2014)