…Egitto

Per me la cosiddetta primavera egiziana non sia finita con la deposizione violenta di Mubarak (“in fondo, fa la fine di ogni dittatore”) e nemmeno con la presa del governo dei Fratelli Mussulmani (“sono stati scelti dal proprio popolo; si spera che la repressione subita gli porti a gestire il potere in maniera sensata”). Neanche era finita con il dolce golpe dei militari (“Del resto, i Fratelli Mussulmani se la sono voluta…”). La rivolta egiziana è finita ieri, con la condanna a morte di oltre 500 iscritti alla confraternita islamica. Le lancette sono così tornate al punto di partenza: un potere militare che reprime con la forza ogni forma di dissenso. Non riesco, però, ad arrendermi alla diffusa convinzione di una strutturale incompatibilità fra Islam e democrazia. Mi è capitato di rivedere i 12 punti che gli ebrei dovevano chiarire di fronte alle autorità napoleoniche in occasione del Sinedrio del 1807, mi sono venuti i brividi per l’analogia con quanto oggi richiesto alle comunità islamiche.

David Assael, ricercatore

(26 marzo 2014)