Chi ripara il mondo?
Il tema del Tikun Olam (riparazione del mondo), discusso nello Shabbaton di Ivrea dello scorso weekend, non è tra quelli più frequentemente trattati e pare aver attirato solo di recente l’attenzione del mondo ebraico ortodosso (“mio nonno non avrebbe parlato di Tikun Olam – ha rilevato Rav Birnbaum – sarebbe stato un concetto estraneo alla sua epoca”). Ho trovato sorprendente, perciò, scoprire che l’espressione si trovava da sempre sotto il nostro naso senza che molti di noi la notassero, nell’”Alenu” che si recita ogni giorno: “Perciò noi speriamo … di vedere presto il trionfo della Tua onnipotenza, veder sparire le abominazioni dalla terra, e che l’idolatria venga distrutta, che il mondo venga rigenerato sotto lo scettro dell’Onnipotente …” Ho citato il testo nella traduzione di Rav Disegni zl, quella a cui siamo abituati, ma per la verità in ebraico l’espressione è all’attivo e non al passivo, ed è una subordinata finale: “per riparare il mondo”, come a sottolineare che siamo noi stessi a doverci tirare su le maniche per aggiustare il mondo, senza limitarci a sperare nell’intervento divino. La stessa sparizione di una subordinata finale in traduzione (segno probabilmente di un tema a cui un tempo non veniva attribuita troppa importanza) si trova nella Torah alla fine della creazione del mondo, nel passo che è divenuto parte del Kiddush del venerdì sera: “Benedisse il Signore il giorno settimo e lo santificò poiché in esso cessò da tutta l’opera che aveva creata ed organizzata”; così recita la traduzione, ma letteralmente dovrebbe essere “l’opera che aveva creato per fare”. Non lo dico per deformazione professionale e non ho intenzione di riempire la tefillà di segni blu per evidenziare le finali trascurate (anche perché la traduzione riflette la mentalità e la sensibilità della sua epoca e proprio questo la rende interessante), ma per sottolineare l’apertura verso il futuro contenuta in questa espressione che spesso ci sfugge: il mondo è appena stato creato e già si dice che c’è altro da fare; anche se non è detto esplicitamente (ne qui né nell’”Alenu”) che siamo noi a doverlo fare, è comunque un bel richiamo alle nostre responsabilità.
Anna Segre, insegnante
(4 aprile 2014)