In cornice – L’arte d’Israele
È difficile passare in un momento dal dolore per i soldati caduti alla gioia per l’Indipendenza conquistata. In Israele se ne discute spesso, perché è vero che Israele è nata sul sangue dei combattenti, ma non si può negare che questa prossimità di eventi impedisce di provare a fondo sentimenti così diversi. Cosa fare? Si potrebbe guardare alla produzione artistica israeliana che spesso è capace di unire, fondere, dolore e gioia. Prendiamo Igael Tumarkin (nato nel 1933). È celebre per la sua scultura in piazza Rabin a Tel Aviv in memoria dell’Olocausto, con la piramide aperta rivolta verso l’alto, verso il futuro, che si basa su una mezza piramide interrata e chiusa – come a dire che la rinascita dello Stato si posa sulle tombe dei morti della Shoah. Ma lo stesso Tumarkin ha prodotto anche una serie di opere per ricordare i soldati caduti nel Negev durante e dopo la guerra di indipendenza, creando strutture (simbolo della forza dei soldati) capaci di resistere alla durezza della vita nel deserto e dominarla. È lo stesso Tumarkin, apparentemente così legato ai miti di Tzahal, che produce sculture più violente e anti-militariste, con forme umane sventrate costruite con pezzi di metallo recuperati da rottami di macchine da guerra. L’odio per la guerra e le sue conseguenze è strettamente collegato al dolore per la perdita dei cari in guerra, ma anche all’amore per l’indipendenza che è figlia della guerra. Tutto si unisce e si fonde
Daniele Liberanome, critico d’arte
(5 maggio 2014)