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…polemiche

Faccio abbastanza fatica a dare un senso alle coordinate attorno a cui si muove la polemica che infuria in questi giorni sulla stampa (non solo ebraica) a proposito del libro di Giulio Meotti e a proposito di Israele. Non ne capisco i contenuti, probabilmente per un limite mio. Intanto non è chiara l’indicazione “intellettuali di sinistra”. Personalmente ho scritto qualche anno fa un libro sull’antisemitismo a sinistra, dichiarandomi io stesso figlio di quella tradizione politica e provando anche a fornire delle categorie politiche che a mio giudizio caratterizzano la sinistra del nostro tempo. Ma nella polemica attuale non vedo traccia di categorie politiche: molto semplicemente chiunque da ebreo avanza pubblicamente delle critiche all’operato del governo israeliano o prova a immaginare dei percorsi di dialogo con i (purtroppo molti) nemici di Israel per costruire un percorso di convivenza, diventa immediatamente un “intellettuale ebreo di sinistra”. Da questa non-categoria politica si passa poi alla diagnosi medico-sociale per cui si richiama la ben nota patologia cosiddetta dell’“odio di sè” e, com’è noto, di fronte ai poveri pazzi non si può che assumere un pietoso atteggiamento di commiserazione. A me sembra che chi declina in questi termini la sua legittima polemica politica segua una strada piuttosto povera e fuorviante. L’ebraismo italiano è oggi afflitto da un crescente isolamento. Nel panorama internazionale il suo peso è irrilevante, pur avendo dalla sua una storia gloriosa e plurisecolare, e soprattutto una collocazione geopolitica apparentemente privilegiata (Roma). Forse a causa di trasformazioni che sfuggono a un diretto controllo, o forse a causa di una completa integrazione alle dinamiche politiche italiane che sono visibilmente travolte da un generale impoverimento di linguaggi e idee, fatto sta che anche l’ebraismo italiano riesce sempre più spesso a generare polemiche fuori dal tempo e dalla realtà. Nel resto del mondo, in Israele come negli Stati Uniti, le critiche contro gli ebrei “di sinistra” ci sono, ma hanno caratteristiche piuttosto differenti: sono fondate su analisi politiche, non sono ossessive e non assumono caratteristiche che trascendono la normale dialettica. Così ad esempio Norman Podhoretz, il grande vecchio dell’ideologia neocon statunitense, dedica un intero volume a studiare le ragioni per cui ancora oggi gran parte degli ebrei americani sono orientati politicamente a sinistra (Why are Jews Liberals, 2009), ma non si sognerebbe mai, che ne so, di accusare Abraham Foxman, il presidente dell’Antidefamation League, di essere un traditore e un odiatore di sé per aver richiamato pubblicamente il governo israeliano a un’azione più incisiva contro i “price tag”. E quando in Israele il grande Amos Oz chiama neonazisti i ragazzotti animatori degli stessi “price tag” certamente si accende la polemica (anche secondo me giustificata, perché tirare in ballo il nazismo è sempre operazione pericolosa, dubbia e dal sapore revisionista), ma è una polemica nuovamente fondata su basi politiche. Che però in Italia arriva con le parole di Fiamma Nirenstein sul “Giornale” del 12 maggio: “la sinistra letteraria e giornalistica è posseduta da una furia antigovernativa che è nello stesso tempo il riflesso e il motore della sua fama. L’ammirazione diffusa in tutto il mondo, parte senza dubbio della bravura letteraria, ma anche dal consolidato antagonismo, a volte furioso, verso il suo Paese”. Lo slittamento concettuale è visibile: da una parte si segnala la consuetudine degli intellettuali left-wing israeliani nel criticare il governo (per la verità l’opposizione al Potere non dovrebbe stupire, e dovrebbe essere la caratteristica prima dell’intellettuale, ma evidentemente in Italia abbiamo perso questa sana abitudine); ma poi si passa all’affermazione semplicemente diffamatoria per cui la polemica di questi intellettuali sarebbe rivolta contro il proprio Paese, cioè contro Israele. Un’accusa infamante per gente che ha combattuto guerre su guerre, ha perso familiari e ha dato figli proprio per difendere quella terra e quello Stato. Dura da digerire e da accettare. Se in Italia tornassimo con i piedi per terra, e cominciassimo a sintonizzarci con il resto del mondo, probabilmente ci guadagneremmo tutti, innanzitutto in serenità. Invito quindi a riempire di contenuti politici le sempre legittime critiche a chi mette in discussione fatti e dinamiche della società israeliana, e a evitare inutili anatemi che sono utili solo nelle piccole dinamiche locali, ma non trovano riscontro altrove.

Gadi Luzzatto Voghera, storico

(23 maggio 2014)