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Identità: Moshe Maisels

Identità - Cosa significa essere ebreo?Nel 1958 l’allora Primo ministro dello Stato di Israele, David Ben Gurion si è trovato a gestire il fatto che la nozione stessa di identità ebraica era diventata in Israele oggetto di una legislazione che avrebbe avuto implicazioni pratiche cruciali. A cinquanta “Saggi di Israele” Ben Gurion pose la domanda divenuta il titolo del lavoro del professor Eliezer Ben Rafael, che in un e-book intitolato “Cosa significa essere ebreo?” – scaricabile dai siti www.proedieditore.it e www.hansjonas.it – ha messo in luce per la prima volta in Italia quella discussione sistematica sull’identità ebraica. Ogni domenica, sul nostro notiziario quotidiano e sul portale www.moked.it, troverete le loro risposte. Oggi la risposta di Moshe (Misha) Maisels.

Moshe (Misha) Maisels
(1901-1984). Nato a Varsavia, Maisels è un eminente firma dei giornali ebraici, “Ha-yom” (“Oggi”) e “Ha-tzefira” (“La Sirena”). Nel 1930 emigra negli Stati Uniti e dal 1932 è nella redazione del settimanale ebraico sionista del giornale Ha-doar (La posta), pubblicato a New York, di cui diventa presto caporedattore. Si stabilisce in Israele nel 1959 ed è nominato direttore dell’Istituto Bialik a Gerusalemme. Ha pubblicato in ebraico Mahashavah we-emet (Pensiero e verità), 2 voll. 1938- 1939 e, con pseudonimo, ha tradotto in ebraico molte opere in inglese.

27 kislev 5719 (9 dicembre 1958)

Signor Primo ministro,

Non mi è mai venuto in mente di poter essere degno di essere consultato e di esprimere un’opinione sul tema in questione, né per le mie conoscenze della Halakhah, né per la mia conoscenza del problema. Ma il rispetto dovuto [all’autore della lettera] mi obbliga a rispondere. Tenterò dunque di scrivere il più sinteticamente possibile, per alleggerire lo sforzo di leggermi.

1. Non si deve valutare il problema in una prospettiva di eternità (sub specie aeternitatis), ma come un provvedimento di urgenza, richiesto dalla situazione attuale. In tempi normali, e in luoghi in cui la vita degli ebrei si svolge in modo stabile, non si fanno indagini su chi afferma di essere ebreo. È impossibile esaminare tutti quelli che sono “inadatti” [a fare parte della comunità]. Sappiamo [per esempio] che la proibizione ai mamzer [di far parte della comunità] non potrà mai essere abolita (tranne nel caso in cui un mamzer sposi una non ebrea e i loro figli, che hanno la religione della madre, si convertano e sono quindi autorizzati a sposare degli ebrei). È impossibile fare ricerche sulla genealogia delle famiglie fino alle origini delle generazioni. È stato persino detto […] (Talmud di Babilonia, Trattato Kiddushin 71a e più avanti): “se una famiglia si è mischiata [con la comunità], lo si deve considerare come un dato di fatto […] di lì a tre generazioni… [nessuno si ricorda delle proprie origini]”.

2. Il problema si pone di fatto solo nelle attuali circostanze dello Stato di Israele, il ritorno a Sion e la riunione degli esiliati. All’epoca del primo ritorno a Sion, dopo l’esilio di Babilonia, si era posto lo stesso problema. Al capitolo sette del libro di Neemia, tra le famiglie che tornano dall’esilio di Babilonia, di cui si conosce la filiazione, sono enumerati anche “Quelli che tornarono da Tel-Melach, da Tel-Carsa, da Cherub-Addòn e da Immer e che non avevano potuto stabilire il loro casato per dimostrare che erano della stirpe di Israele”. Nella Mishnah (Trattato Kiddushin, cap. 4, ∫ 1): “Dieci famiglie di cui si conosce la genealogia sono venute dalla Babilonia: i Cohen (sacerdoti), i Leviti, i figli di Israele, dei discendenti da matrimoni proibiti di sacerdoti (halal), dei proseliti (gher), degli schiavi liberati, dei mamzer, dei discendenti dei Gabaoniti, dei discendenti di figli di padre sconosciuto, dei discendenti di trovatelli”. Esdra non si è sentito affatto disonorato da loro e li ha annoverati tra coloro che ricostruivano il paese. Qualche secolo dopo, vediamo che i [Saggi del Talmud] hanno un atteggiamento diverso nei confronti delle famiglie non adatte a sposarsi nella comunità dell’epoca del ritorno a Sion […]

3. Di conseguenza, il problema è: come comportarci, in questo momento, epoca cruciale nella vita della nazione, nei casi particolari di immigrati e nel contesto della riunione degli esiliati. È evidente che la Halakhah religiosa che si è stabilita in Israele nel corso delle generazioni e le cui radici sono profonde, è incapace di fare concessioni. Nel caso del matrimonio di un ebreo con una non ebrea, i figli [hanno la religione della] madre e non appartengono al popolo di Israele. Si tratta dunque di decidere se rinunciare alla Halakhah per adottare una misura di urgenza. Lo Stato di Israele ha già mostrato la via e si è spinto anche più lontano, sottomettendo il diritto matrimoniale al rabbinato e alle decisioni della Halakhah, cosa che ha un impatto per tutte le generazioni future e non soltanto a breve termine. A quanto pare, decidere l’identità ebraica di una persona di Israele appartiene anche al diritto matrimoniale che stabilisce l’identità della famiglia ebraica. Chi ci permette qui di fare un’eccezione? Se il governo crea uno stato civile per scopi amministrativi e un altro per scopi religiosi, nascerà una nuova creatura, mezza ebrea e mezza non ebrea. Ciò non servirà a niente, al contrario. Ogni volta che un ebreo civile, che si sente ebreo e che la società considera come tale, si presenterà davanti a un tribunale rabbinico per una questione matrimoniale, sarà di nuovo oggetto di un’indagine che lo irriterà e lo umilierà. Sarebbe probabilmente più amareggiato di quanto lo sarebbe se invece gli spiegassimo che la situazione è tale che i figli di madre non ebrea, per essere accettati in questa famiglia di Israele, vecchia di quattromila anni, devono compiere un cerimoniale. Del resto, come si presenta oggi, la legge non è sufficientemente solida: un adulto si iscrive come ebreo “se dichiara in buona fede che è ebreo e non appartiene a nessun’altra religione”. Perché è impossibile essere ebreo appartenente a un’altra religione, com’è in tutte le altre nazioni del mondo? Perché la legge in vigore presuppone che nell’ebraismo, tra religione e nazione, ci sia un legame che nella nostra epoca, quando la nostra generazione è lacerata tra il passato e il futuro di Israele, non possiamo infrangere con le nostre mani.

4. Per quanto riguarda l’aspetto nazionale del problema, ciò che adesso, in Israele, prende forma sotto [i nostri occhi] sorprende per la sua novità rispetto al nostro passato millenario, sul piano umano come su quello sociale, spirituale e materiale. Ciò che accade oggi supera di gran lunga il ritorno a Sion [dell’epoca di Esdra]. L’esilio di Babilonia è durato appena due generazioni e anche allora il ritorno è stato una breccia nella storia di Israele, nella sua spiritualità e nella sua cultura. L’attuale ritorno a Sion viene dopo duemila anni di erranza nel mondo intero […]. La cesura è più profonda, e la novità più considerevole – quasi una creazione ex nihilo. Ma come ogni creazione ex nihilo, comporta un rischio. In una creazione a partire da una realtà esistente possiamo immaginare, sulla base di ciò che fu, ciò che sarà; questo è impossibile per una creazione ex nihilo […]. Il nostro dovere è perciò ridurre, quanto possibile, al minimo l’ex nihilo da cui emerge la realtà senza precedenti di Israele e non amplificarlo. […] Questa generazione di passaggio, che ha generato questa nuova creatura, il cui concepimento e la cui nascita appartengono al passato, ha il dovere di estendere l’essenza ebraica di Israele, per diminuire il pericolo causato dalla formazione ex nihilo. Il legame di cui abbiamo parlato, tra religione e nazione in Israele, che si tratti di un’appartenenza naturale o spirituale, è l’essenza e il fondamento dell’esistenza ebraica che abbiamo ereditato dai nostri avi. Lasciamo le generazioni future, e l’ebraismo che si svilupperà con loro, definire il proprio principio nazionale e la propria religione nonché il legame che li unisce.

5. La Sua lettera sottolinea la necessità di “fare grandi sforzi per moltiplicare ciò che ci unisce ed eliminare quanto possibile tutto ciò che divide” le diverse comunità di Israele e di “estendere le relazioni spirituali [della gioventù israeliana] con l’ebraismo mondiale”. Per il problema che discutiamo, ciò richiede, senza dubbio alcuno, l’obbedienza alla Halakhah cui la maggior parte del popolo ebraico si conforma da generazioni. Del resto è certo che l’ebraismo dell’attuale diaspora porrà sempre di più l’accento sul fondamento religioso della propria identità ebraica. Tutto ciò non ha lo scopo di sottovalutare la difficoltà del problema, né quello di pretendere che il problema non esiosta e che tutto è già evidente e preciso, come dicono gli estremisti da una parte e dall’altra. La nostra generazione ha rifiutato la tradizione ancestrale, e se non lo avesse fatto, non saremmo riusciti a fare ciò che abbiamo fatto in Terra di Israele e la maggior parte degli abitanti di Israele sarebbe rimasta laddove sono rimasti sei milioni dei [suoi fratelli].

Ma, come lo Stato di Israele non è solamente la continuazione del sionismo ma una nuova realtà ebraica particolare della nostra storia, l’aspirazione al nostro rinnovamento spirituale non deve essere soltanto il semplice prolungamento del rifiuto della tradizione della prima generazione dei pionieri. In avvenire, dobbiamo rafforzare l’essenza ebraica del presente che ha la propria fonte nel passato.
Non sono riuscito a scrivere così brevemente come mi ero proposto. La prego di scusarmi.

Con tutto il mio rispetto e la mia fedeltà.
Moshe Maisels

(22 giugno 2014)