Oltremare – I cancelli della speranza

fubiniIl viaggio da Tel Aviv è breve nonostante il traffico sostenuto del venerdì. Si entra nel paesino dal nome bucolico dopo un breve tratto in salita, e un classico ingresso stile Kibbutz o Moshav: sbarra (alzata) e casotto di controllo deserto. Poco più sotto, a destra e a sinistra della statale si vedeva un tratto del Muro, biancastro e interrotto per almeno 300 metri, e quindi inutile per ora a dividere alcunché. Appena in paese, alla destra un mini-zoo e il parco giochi con bambini che sfidano saltellando i soliti 30 gradi e oltre. Intorno colline verdi e verso l’alto casette un po’ ripetitive e molto, molto nuove. Tutto qui, penso? Sei anni e mezzo in Israele, e non avevo mai passato la famigerata Linea Verde; e adesso che l’ho fatto non l’ho neanche vista?
Quando si vive la comoda vita del telavivese, con sporadiche scorribande verso nord lungo la Linea Blu, quella del mare, oppure a Gerusalemme o nel Negev, è facile dimenticarsi che tutta la parte centrale di questa terra vive sotto uno statuto diverso, ed è divisa più o meno fisicamente dal resto di Israele. Ho letto che il 4% della popolazione Israeliana vive nella zona oltre la Linea, che ha due caratteristiche: è alta (qui, 200 metri sul mare), e perciò massimamente strategica; ed è ignota alle geografie mentali di noi israeliani di pianura.
Nel pomeriggio tardo di Shabbat, passeggiata sulla promenade locale: la vista dall’alto abbraccia una porzione ragguardevole del centro di Israele. Non è una serata limpida, ma si vede lo stesso fino a Petach Tiqva e a Ramat Aviv (il nord di Tel Aviv) verso sud, e fino a Ramat HaSharon e Kfar Saba verso nord. Ho un brivido al pensiero dell’espressione “a un tiro di schioppo”. A qualunque accordo si arrivi con gli abitanti di maggioranza della West Bank, sarà bene che sia un accordo che comprenda la pace perenne fra quelle alture e le nostre pianure.
Altrimenti, altro che Sha’arei Tikva (Cancelli della Speranza).

Daniela Fubini, Tel Aviv twitter @d_fubini

(7 luglio 2014)