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Sabato scorso abbiamo letto nella Torah che una parte consistente del popolo ebraico, composta dalle tribù di Reuvén e Gad, decide, in ragione di legittimi interessi economici, di rimanere fuori dalla terra di Israele. Moshè pone delle condizioni: queste due tribù devono partecipare alla guerra di conquista della terra e solo alla fine della conquista potranno tornare a vivere fuori da Israele, nei luoghi più consoni alle loro scelte di vita. Possiamo immaginare, anche se la Torah non ce lo dice, la reazione delle altre dieci tribù: se non vogliono vivere in Israele, non ci aiutano nella guerra, se ne stanno a casa loro al sicuro, perché dovremmo spartire con loro la terra conquistata? Che ci piaccia o meno, noi facciamo parte di un popolo che, nel bene e nel male, condivide la stessa storia e loro stesso destino. Se i figli di Gad e quelli di Reuvén preferiscono vivere nella terra di Ghilàd l’unico modo che hanno per farlo è sottolineare e dimostrare pubblicamente la loro fedeltà al popolo combattendo per la terra degli altri. Queste due tribù non hanno modo di uscire dal popolo d’Israele così come qualsiasi singolo non può abiurare il proprio ebraismo. Se Israele è in guerra si può distinguere tra quelli che militano nelle file dell’esercito e quelli che lo fanno rimanendo nella comunità. Certo i militari, come gli abitanti di Eretz Israèl, hanno degli oneri e dei rischi di gran lunga maggiori degli altri. Ma una guerra per Israele non è mai una guerra che riguarda solo i soldati, perché, da sempre, si tratta di difendere l’incolumità fisica e spirituale del popolo. E questa difesa è uno dei precetti della Torah che riguarda, con le debite differenze, i soldati come gli intellettuali.

Roberto Della Rocca, rabbino

(22 luglio 2014)