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Yom Kippur – La lezione della colomba

somekh“Nel Santuario Divino / la Colomba sta a cantare / iniziando dal mattino / melodie per ricordare /come in una lunga storia / meraviglie del creato / celebrando la Tua gloria / fino a che vespro è arrivato”. Leggiamo nella pregevole traduzione di Massimo Foa z.l. (“Selichot in rima”, Morashà, Milano, 2008, p. 61) l’incipit della terza Selichah di Minchah di Yom Kippur secondo il rito italiano. L’acrostico iniziale delle strofe suggerisce il nome dell’autore, Binyamin figlio di Avraham della famiglia romana degli ‘Anavim (Mansi), compositore di Selichot vissuto nel XIV secolo. Il ritornello riprende il verso della Genesi (8,11) in cui è descritto il ritorno della colomba all’Arca di Noach dopo che questi l’aveva inviata a verificare che, terminato il Diluvio, la terra si fosse asciugata. La colomba era già partita per la medesima missione sette giorni prima, ma era tornata indietro immediatamente. Questa volta ritornò sul far della sera con un ramo d’olivo nel becco. Trascorsa un’altra settimana Noach la inviò per la terza volta ed essa non tornò più.
Prima della colomba Noach aveva mandato il corvo. Narra il Midrash (Bereshit Rabbà 33,5; R. Bachyè ad v.) che questo uccello si risentì per essere stato scelto. Accusò addirittura Noach di volersi disfare di lui perché apparteneva alle specie impure, quelle di cui è proibita la consumazione e che non sono accolte in sacrificio: “Tu mi odi come il tuo Padrone mi odia”. Nonostante il corvo accennasse a sua volta di voler tornare nell’Arca perché i tempi del dopo-Diluvio non erano ancora maturi, Noach non lo voleva riprendere. Fu il Santo Benedetto a convincerlo: “Accoglilo, perché verrà un giorno in cui il mondo avrà bisogno di lui”. Quando il Profeta Elia punì il malvagio re Achav privandolo della pioggia e dovette nascondersi presso il torrente Kerìt, furono proprio i corvi a portargli da mangiare due volte al giorno per ordine di D. (1Melakhim 17,4 sgg.). Il corvo, animale crudele verso i suoi stessi figli al punto di astenersi dal nutrirli (Tehillim 147,9 e comm.), diede una lezione di sensibilità al Profeta Elia: non si può far morire la gente di sete. Ma diede una lezione anche a Noach: non si deve respingere nessuno, anche il più reietto può fare Teshuvah.
Nell’episodio di Noach il verbo shuv, “tornare” appare più volte: nel senso di “tornare nell’Arca”, ma anche in quello metaforico di “tornare a D.” Tanto il corvo che la colomba ci insegnano la Teshuvah, ma si tratta verosimilmente di due forme diverse del medesimo processo. Il corvo rappresenta piuttosto quella che i nostri Maestri chiamano Teshuvah per timore. È vissuta come per imposizione e in quanto tale è sofferta. Anche il suo esito è più modesto: “le colpe volontarie si trasformano in semplici errori”. Diverso è il caso della colomba. Essa simboleggia l’Amore per D., tanto che molti poeti d’Israele, e fra essi anche l’autore della nostra Selichah, adoperano la metafora della colomba per indicare il Popolo d’Israele. “Grande è la Teshuvah per amore, che ha la forza di trasformare le colpe volontarie in… meriti!” (Yomà 86b). La fonte della metafora è in realtà in un versetto dello Shir ha-Shirim. D. si rivolge alla Sua amata, la Comunità d’Israele: “O mia colomba che abiti negli anfratti della roccia, nel segreto dei dirupi, mostrami il tuo aspetto, fammi udire la tua voce, perché la tua voce è dolce e il tuo aspetto è leggiadro” (2, 14). Spiegano i nostri Maestri che la colomba è simbolo di pudicizia e soprattutto di fedeltà assoluta: “come la colomba non abbandona mai il suo compagno, così la Comunità d’Israele non abbandona mai il Santo Benedetto” (Zohar, P. Reeh). I Chakhamim parlano a questo proposito di deveqùt, “attaccamento”.
C’è peraltro un diverso aspetto meno noto in relazione alla colomba sul quale voglio qui brevemente soffermarmi. Il trattato Parah della Mishnah si occupa delle disposizioni relative alla preparazione delle ceneri della parah adummah, la “vacca rossa” necessaria per purificarci dal contatto con salme: altrimenti non avremmo potuto entrare nel Santuario di Yerushalaim. Le sue ceneri dovevano essere mescolate nell’acqua e asperse sulla persona da purificare, secondo una procedura che qui non può essere descritta dettagliatamente. Anche la fornitura d’acqua era soggetta a regole precise. Un passo della Mishnah in questione (9,3) si interroga se si può adoperare a questo scopo dell’acqua dalla quale abbiano bevuto animali e conclude che tutte le specie invalidano l’acqua bevendola all’infuori della colomba.
La Mishnah stessa argomenta che mentre tutti gli altri animali rilasciano della saliva mentre bevono, la colomba si limita a succhiare l’acqua senza contaminarla con qualcosa di suo. Se teniamo presente che nel linguaggio metaforico dei nostri Profeti l’acqua è simbolo della Torah che ci disseta spiritualmente recepiamo il messaggio in tutta la sua profondità. La Torah stessa richiede che noi la libiamo, ma stando attenti a gustarla nella sua purezza, senza pretendere di aggiungervi nulla di estraneo. Solo così la Torah potrà essere per noi davvero elixir di lunga vita, una volta che le ceneri della “vacca rossa” avevano proprio lo scopo di lavare l’impurità della morte dal mondo. Questo è certamente il significato dell’attaccamento e della fedeltà a D. che la colomba rappresenta.

Rav Alberto Moshè Somekh

(Pagine Ebraiche ottobre 2014)