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IL GRAN RABBINO DI FRANCIA HAIM KORSIA
“La nostra sicurezza è la libertà d’espressione.
Qualunque “ma” è per noi una minaccia”

Haim Korsia thumbLa sicurezza degli ebrei sta nelle più alte garanzie della libertà d’espressione e di critica. Chi cerca un collegamento fra i fatti di Parigi e la situazione d’Israele utilizza un pretesto di comodo. Lo slancio straordinario dell’11 gennaio e la saldatura con la società che si risveglia in difesa dei diritti civili deve essere valorizzato e costituire la base della costruzione di una nuova Europa determinata a liberarsi una volta per tutte dalla minaccia dell’intolleranza e dell’estremismo islamico. Il Gran Rabbino di Francia Haim Korsia fa il punto sulla situazione alla vigilia dello Shabbat e all’indomani dei gravi fatti di Parigi in un’intervista che appare sull’edizione odierna del quotidiano parigino Le Figaro.
 
“L’islamismo radicale è un problema innanzitutto per l’islam: uccide una enorme quantità di musulmani, attacca i cristiani d’Oriente. Per quanto riguarda l’ebraismo, si tratta del nemico che li ossessiona. Non ne faccio dunque un tutt’uno, in Francia non ci sono problemi con l’Islam istituzionale”.
Il Gran Rabbino di Francia, Haim Korsia, che ha accompagnato in Israele le famiglie in lutto per gli attentati, torna per la prima volta, una settimana dopo la cattura degli ostaggi all’Hyper Cacher e l’assassinio di alcuni di loro, sulle sfide che attendono la Francia nella lotta contro l’islamismo radicale.

Cosa ha imparato da questa settimana terribile? 

Che è tutto molto fragile… Sono morte persone che erano andate a comprare il pane, sono morte persone che scrivevano, altri facevano il proprio mestiere, erano poliziotti, e sono morti, un addetto alle pulizie stava facendo il suo lavoro, ed è morto. Mi trovo nell’incapacità di spiegare l’inspiegabile… Di fronte a un giornalista la gente piange, ma quando si trova di fronte a un religioso chiede “perché”… E io non ho una risposta, tranne quella di accompagnare, di portare le famiglie. 

Cosa la preoccupa di più in questo momento? 

Nonostante l’impegno costante e la determinazione del governo – sono mobilitati più di 10 mila uomini – nessuno può realmente sapere. Dobbiamo costruire quindi una sicurezza all’altezza della minaccia odierna, e andare verso una nuova cultura di vigilanza. Se tutti ci proteggiamo l’un l’altro, si crea una cultura di vigilanza collettiva. Ci si perde in termini di nonchalance, ma si guadagna in efficienza. 

Ma si entra in una cultura del terrore… 

No, è vigilanza. Si chiude la porta a chiave… Ci sono delle società dove non si chiudeva nulla a chiave e in cui questa cautela è stata adottata. Il primo ministro l’ha detto, e bisogna che lo si sappia: “Siamo in guerra.” 

Lei utilizza la parola “guerra”? 

No, non è una mia scelta. È del primo ministro. È anche una parola di papa Francesco. Ha detto: “Siamo in guerra su un fronte multipolare” e non ha torto. Quando si mandano i militari per le strade, è perché ci si trova in guerra, in qualche maniera. L’unica cosa che funziona contro la paura è l’azione. L’inazione, al contrario, è paura. 

Una società non può vivere sotto minaccia per lunghi periodi… 

Dobbiamo svoltare. Confido che il governo ci dirà quando il livello della minaccia sarà calato. Non si tratterà allora di abbassare la guardia, ma passare a una vigilanza più serena. Ma soprattutto bisogna sfruttare lo slancio straordinario dell’11 gennaio. Sfilando, domenica scorsa, ho pensato alla marcia del 20 agosto 1963 con Martin Luther King. È là che si è mosso qualcosa verso l’affermazione dei diritti civili. Non si trattava più solo della lotta dei neri afroamericani, è diventata quella di tutta l’America. Domenica, in place de la Bastille, ho sentito che la Bastiglia dell’indifferenza stava crollando. Tutti si sentivano coinvolti nel destino degli altri. 

Ma il radicalismo musulmano resta… 

L’islamismo radicale è un problema innanzitutto per l’islam: uccide una enorme quantità di musulmani, attacca i cristiani d’Oriente. Per quanto riguarda l’ebraismo, si tratta del nemico che li ossessiona. Non ne faccio dunque un tutt’uno, in Francia non ci sono problemi con l’Islam istituzionale. Propongo tuttavia un’idea semplice, che certamente non potrà risolvere tutto: come lo facciamo noi ogni sabato nelle sinagoghe, i musulmani potrebbero, ogni venerdì, nelle moschee, pregare per la Repubblica e per i suoi valori. Questo permette di dare un significato particolare alla settimana seguente. È anche urgente organizzare delle attività didattiche sin dalla più tenera età. Abbiamo sviluppato con le altre religioni dei programmi inter-religiosi nelle scuole, per smontare i pregiudizi. Mi auguro che vengano diffusi in tutte le scuole della Repubblica. 

Ci sono persone che spiegano il radicalismo islamico con la politica israeliana? 

È un pretesto che fa comodo agli uni e agli altri, ma che non c’entra nulla. Israele non ha nulla a che vedere con ciò che sta accadendo in Iraq, Sudan, o in Pakistan, dove 132 bambini sono morti in un attentato suicida il 17 dicembre, nell’indifferenza quasi generale… 

Perché l’antisemitismo si sta diffondendo in Francia? 

Perché si sente accettato, tollerato, legittimato dal silenzio degli altri. Bisogna controllare ciò che arriva alle famiglie via satellite e con internet, c’è il rischio di produrre una generazione perduta. L’antisemitismo e l’odio per gli ebrei vi sono incoraggiati e legittimati. Ho incontrato il presidente del Consiglio Superiore delle Comunicazioni da poco, e mi ha assicurato che sarebbe stato organizzato un sistema di vigilanza per controllare le derive, che sono gravi…

Il primo ministro israeliano invita gli ebrei a lasciare la Francia per lsraele, lei è d’accordo? 

L’aliyah è una scelta, filosofica, religiosa o politico. Scegliere di stabilirsi in Israele non dovrebbe essere un atto imposto dalla paura. Quanto a Benyamin Netanyahu, è un uomo che aveva un solo fratello, ufficiale dell’esercito israeliano, che è morto a Entebbe liberando dei francesi. Un uomo che muore per la libertà degli altri ha il volto della Francia. Quest’uomo politico ha in sé questa ferita. Il primo ministro israeliano, dunque, è nel suo ruolo, ma non lo è perché ha sollecitato le persone a partire. Lo è perché in Francia gli ebrei non si sentono accettati, non sono a loro agio, se ne vanno perché in alcuni quartieri diventa impossibile vivere apertamente il proprio ebraismo. Un bambino viene molestato a scuola perché è ebreo… gli si cambia scuola, invece di convocare, punire, e quindi di educare. Questa impunità è insopportabile e il destino degli ebrei è sempre un indicatore dello stato della società. 

Come si definisce il blasfemo per gli ebrei? 

Esiste la nozione di blasfemia per il credente, ma non possiamo proiettare il nostro divieto sugli altri. Sarebbe una forma di complicità. Se qualcosa è blasfemo per me, devo limitarmi a non guardarlo. 

Charlie Hebdo è andato troppo lontano? 

Dire una cosa del genere è iniziare a giustificare. Se si inizia a dire “libertà di stampa, ma”, quel “ma” è colpevole. Non ci sono “ma”. Libertà di espressione e libertà di stampa sono due fondamenti della nostra democrazia. 

Che cosa dice l’umorismo ebraico di tutto questo? 

L’umorismo ebraico rende impensabile il rifiuto. Di qualsiasi cosa.

Charlie Hebdo ha scritto in copertina “tutto è perdonato”. Cosa significa il perdono?

Il perdono è il cuore della civiltà occidentale. Ci permette di liberarci della sensazione di essere schiacciati dalla colpa. Ma non possiamo perdonare finché giustizia non è fatta. Ci sono la ferita e la violenza portate a queste famiglie e alla nostra società. La nostra società di libertà è intaccata. Ci sono macchie sulla nostra bandiera. La lista dei morti per terrorismo si allunga. Sono le famiglie che possono perdonare, non noi. Noi dobbiamo andare avanti. C’è un versetto molto bello che dice “Dio rinnova ogni giorno la creazione del mondo”. Oggi non è il seguito del giorno precedente. È questo il perdono: non essere prigionieri degli errori del giorno precedente, essere in grado di inventare un mondo nuovo, reinventare i nostre rapporti umani e sociali. Questo è quello di cui ha bisogno oggi la Francia.
 
versione italiana di Ada Treves

(16 gennaio 2015)