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cavaglionIl volume di testimonianze (Primo Levi, “Così fu Auschwitz”, a c. di F. Levi e D. Scarpa, Einaudi) presenta molti spunti di interesse, ma colpisce – bene hanno fatto a rilevarlo i curatori nel sottotitolo – è la dualità della voce. Le pagine di Levi e di Leonardo De Benedetti, quando sono firmate singolarmente, tendono a confondersi. Specchiati sembianti, si diceva una volta delle scritture gemellari. Sfido chiunque a riconoscere, alla cieca, la mano dell’uno o dell’altro. È più agevole con Fruttero & Lucentini. Nel testo più importante, qui raccolto, ma ormai tradotto in tutto il mondo, il Memoriale per la Minerva Medica, che precede “Se questo è un uomo”, nessuno sia in grado di dare a Levi quello che è di Levi e a De Benedetti quello che è di De Benedetti. Il ritratto dell’uomo buono e mite, scritto da Levi in memoria del fratello gemello, a ben vedere è intriso di autobiografismo.

Alberto Cavaglion

(28 gennaio 2015)