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Dall’indignazione alla giustizia

Funerali Nisman“Una cerimonia intima, che ha trasformato l’indignazione in una richiesta di giustizia”. Questo il titolo de La Nación, uno dei due maggiori quotidiani argentini all’indomani del funerale di Alberto Nisman, il pubblico ministero che aveva accusato il presidente Cristina Fernández de Kirchner di aver insabbiato le indagini sull’attentato del 1994 all’Amia, il Centro Ebraico di Buenos Aires nel quale persero la vita 85 persone. Il procuratore, che temeva per la sua incolumità, è stato trovato morto nel suo appartamento, poche ore prima di quando avrebbe dovuto riferire al Parlamento le sue scoperte a supporto dell’accusa.
La polizia ha presidiato con una presenza massiccia sia il corteo funebre che il cimitero ebraico di Tablada, quello stesso dove sono seppellite le vittime del 1994, insieme alle quali ora si trova Nisman, spesso definito in questi giorni come “l’ottantaseiesima vittima”, nella sezione detta “dei martiri”. È stato, per scelta della famiglia, un funerale rigorosamente privato, ma il corteo è stato seguito da centinaia di persone, con cartelli, striscioni, slogan e voci che spontaneamente, a più riprese hanno cantato l’inno nazionale argentino, a marcare una partecipazione sentita, assolutamente non formale. Molte le richieste di giustizia, insieme alle scritte “Yo soy Nisman”, io sono Nisman, che riprendevano quel “Je suis Charlie” che poche settimane addietro era diventato virale dopo l’attentato alla redazione del settimanale satirico francese Charlie Hebdo. E a riassumere le emozioni di tanti è stata una anziana porteña, che ha dichiarato a La Nación: “Voglio accompagnare Nisman perché lo stimo. Sono ebrea, lo sento vicino come un parente”.

a.t. twitter @atrevesmoked

(30 gennaio 2015)