Crisi e tzedakà

16389923235_275f1b94a4_o“Ci sono otto livelli di tzedakà. Il più elevato è colui che aiuta un ebreo povero e gli fa un dono o un prestito o fa una società con lui, o gli trova un lavoro, in modo che lo rafforza fino a che non abbia più bisogno di chiedere agli altri”. (Maimonide – Rav Moshe ben Maimon)

L’incertezza e la precarietà dovuta alla forte crisi economica sta colpendo duramente le comunità ebraiche.
La condizione sociale e lavorativa di professionisti, imprenditori, commercianti e venditori ambulanti è drasticamente cambiata con gravi ricadute sul piano occupazionale. Le aziende ebraiche che storicamente passavano di padre in figlio non garantiscono più una solidità. Il miraggio di una vita migliore in Eretz Israel attrae sempre più famiglie e giovani alla ricerca di una stabilità economica, una possibilità che supera le difficoltà d’integrazione.
A fronte di questa nuova condizione di impoverimento e difficile congiuntura si stanno esprimendo, con in ogni modalità, i valori fondamentali dell’ebraismo: il sostegno e la solidarietà.
Quei sentimenti di aiuto reciproco e di responsabilità, cardini di ogni collettività, nel particolare ‘mitzvot’, obblighi, per ogni ebreo.
Assieme alle storiche istituzioni ebraiche nascono spontaneamente e quotidianamente gruppi di volontariato e iniziative personali . Attraverso i nuovi social network avvengono piccole donazioni, scambi di oggetti e vestiario, assistenza e proposte lavorative; una gara che fa fronte a situazioni di vera emergenza.
Azioni disinteressate, gratuite, mosse esclusivamente dalla voglia di dare risposte immediate ai bisogni di carattere sociale. Una rete di condivisione e aiuto effettivo, concreto. Una tradizione collettiva e comunitaria che oltrepassa gli egoismi e che, con la stessa forza, ha superato momenti storici ben più gravi.
Piccoli gesti che vanno oltre la carità.

Claudia Sermoneta

(2 febbraio 2015)