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Il 18 luglio 1994 a Buenos Aires in Via Pasteur 633, durante la presidenza di Carlos Menem, un commando di persone pilotate da elementi di ispirazione iraniana con il coinvolgimento di Hezbollah e di elementi legati alla malavita locale, ma anche ai servizi della polizia locale faceva esplodere l’edificio dell’AMIA – per gli ebrei argentini un’organizzazione molto simile all’Unione delle Comunità Ebraiche in Italia. L’esplosione e il crollo dell’edificio causavano la morte di 85 persone e il ferimento di centinaia. L’indagine giudiziaria sulle origini dell’attentato fino a oggi non è giunta a compimento a causa di costanti reticenze e resistenze da parte dell’apparato governativo argentino.
Fin dal 2006 il procuratore di giustizia Alberto Nisman, messo a capo delle indagini, accusava l’Iran di essere all’origine dell’atto di terrorismo. Nel gennaio 2013 l’Argentina e l’Iran firmavano un trattato nominalmente volto a chiarire i fatti ma in realtà teso a coprire le responsabilità iraniane nel quadro di più ampi accordi commerciali fra i due paesi.
All’inizio di quest’anno il procuratore Nisman aveva completato la sua indagine e si accingeva a mettere in stato di accusa, e al limite di emettere un mandato di arresto nei confronti della Presidente Cristina Fernadez de Kirchner e del ministro degli Esteri Hector Timerman accusati di aver coperto e sviato le indagini. Ma alla vigilia della sua deposizione in Parlamento, il 18 gennaio, Nisman veniva trovato ucciso nella sua abitazione a Buenos Aires. Due le considerazioni possibili. La prima è che sia Nisman sia Timerman sono ebrei, e dunque in Argentina troviamo ebrei schierati sui due fronti contrapposti della lotta per la ricerca della verità e per la difesa della società civile di fronte al terrorismo locale e internazionale. Questa contrapposizione fratricida è molto tragica, ma per lo meno azzera la teoria antisemita della dominanza della lobby ebraica nei meandri della politica. La seconda è che per ampiezza della comunità ebraica locale e attivismo istituzionale, l’edificio dell’AMIA era il sito ebraico più importante fra il confine meridionale degli Stati Uniti e il Polo sud.
La sua distruzione era dunque un atto altamente focalizzato e simbolico, oltre che freddamente pianificato e disastroso. L’uccisione di Nisman costituisce una tragica prova dell’estensione assassina della lobby iraniana e islamista, e solleva il sipario su un conflitto insanabile che non è più circoscritto al Medio Oriente, ma si estende senza mezzi termini su tutto il pianeta.

Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme

(5 febbraio 2015)