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Lo stato d’emergenza

Francesco Moisés Bassano“La tradizione degli oppressi ci insegna che lo «stato di emergenza» in cui viviamo è la regola. […] Lo stupore perché le cose che viviamo sono “ancora” possibili nel ventesimo secolo è tutt’altro che filosofico. Non è all’inizio di nessuna conoscenza, se non di quella che l’idea di storia da cui proviene non sta più in piedi.”
Walter Benjamin scrisse questo paragrafo, tratto dalle celebri “Tesi di Filosofia della Storia”, nel 1940, poco prima della sua morte in fuga dai propri persecutori, mentre l’Europa era travolta dalla barbarie nazista. Una lezione ancora da considerare, soprattutto in antitesi a quell’ottica universalmente condivisa che guarda alle catastrofi della modernità, come la Shoah, esclusivamente come deviazioni rispetto alla regola, incidenti di percorso, ed eccezioni nel corso della storia e di ciò che solitamente diamo il nome di “progresso”, quel “continuum di miglioramento costante, – citando Michael Löwy – di evoluzione irreversibile, di accumulazione crescente, di modernizzazione benefica, il cui motore è costituito dal progresso scientifico, tecnico ed industriale”. Benjamin appellandosi, sempre secondo Löwy, a una sorta di messianismo romantico, propugna una nuova concezione storica qualitativa, e non quantitativa ed evoluzionistica, che consideri anche i regressi e le aberrazioni del passato, e contesta quel incredulità che si registra tutt’oggi di fronte a tali fenomeni, non così anomali, ma differenti aspetti della “normalità”. La sensazione, anche di fronte agli eventi attuali, è che nonostante le nostre conquiste e il nostro avanzamento tecnico-scientifico ed in parte culturale, lo sviluppo umano, intellettuale e di conseguenza politico, sia ancora lento a realizzarsi e che anzi come scrisse Arthur Koestler, ogni balzo in avanti del primo lasci indietro il secondo, almeno per lungo tempo. Erroneamente, è stata sempre confusa la civiltà con il progresso, e nel nome di esso, è stato possibile legittimare il sacrificio di qualunque legge morale o vita umana la quale avrebbe altrimenti costituito un ostacolo al suo compimento finale.
Forse si può riporre ancora qualche fiducia e speranza di svolta in quel “legno storto” che è l’umanità e nel suo avvenire, ma ogni cambiamento nel presente deve necessariamente volgere lo sguardo ad un passato mai concluso, per comprenderlo e far sì che i vecchi o i nuovi fantasmi nell’aria non infestino nuovamente il nostro domani.

Francesco Moises Bassano

(6 febbraio 2015)