Purim…
Nel libro di Estér ci viene presentato un campionario variegato di forze che interagiscono: il bene, il male, i nemici, gli amici, e i neutrali. In ogni situazione assistiamo al gioco di queste forze, dalle relazioni private fino a quelle politiche internazionali, e anche in ragione di ciò Purim appartiene a tutti i tempi. Tutti i protagonisti di questa vicenda sono doppi e ambivalenti soprattutto nel caso del re. Achashveròsh è il paradigma della passività e della neutralità; vuole rimanere estraneo, neutrale a questo conflitto. È un po’ il gioco del potere, fondamentalmente amorfo, che si autoalimenta sui conflitti altrui non sporcandosi mai le mani. Firma il decreto, poi fa marcia indietro… è sballottato tra le forze del bene e del male. Non agisce, ma reagisce e basta. Talvolta si fa il male perché si viene spinti a farlo fintanto che si affacciano sulla scena “minoranze che agiscono”. Estér che all’inizio si rifiuta di agire, passa poi all’azione cambiando il corso della storia facendo pendere questa neutralità dalla parte del bene. Il passaggio chiave in questa paradigmatica storia è nella tentazione di Estér di restare neutrale, di cedere al gioco del potere, finché Mordekhai, il suo mentore, le dice: “Se tu taci in questa circostanza …tu e la casa di tuo padre perirete…” (Ester, 4; 14). L’alternativa all’azione è l’estinzione, se non agiamo la nostra vita diviene insignificante. La sindrome di Estér prima maniera, è la tentazione d’essere come gli altri, nell’ottica della normalizzazione del destino ebraico. Estér non era affatto convinta di doversi distinguere, stava bene a palazzo, tranquilla nell’assoluta neutralità. Le sorti si capovolgono solo quando accetta la sfida di rischiare, di mettersi in gioco, accettando e valorizzando la propria diversità. Capendo che il destino personale di ognuno di noi è indissolubilmente legato a quello del nostro popolo.
Roberto Della Rocca, rabbino
(3 marzo 2015)