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Moda e modi – La crisi dei cappelli

Borsalino nl150306Una notizia buona e una cattiva arrivano da Borsalino, la storica azienda piemontese produttrice di cappelli che ha quasi 160 anni di vita ed è considerata la Ferrari della moda e ha gli ebrei ortodossi fra i suoi clienti migliori. La notizia buona, infatti, è che i suoi cappelli sono tutt’ora al top delle richieste, al punto da permettere un recente aumento dei prezzi proprio per le linee “religiose”, create appositamente per il mercato israeliano. E ciononostante i Borsalino neri in Israele hanno un successo sempre crescente, perché condurre una vita improntata al rigore, alla modestia e alla spiritualità non significa essere indifferenti alla moda, né alla qualità.
La notizia cattiva è che il consiglio di amministrazione “Sta valutando diverse ipotesi per far fronte alle difficoltà finanziarie e per mettere l’azienda nelle condizioni di proseguire l’attività”. Ma l’amministratore delegato Marco Moccia dopo aver spiegato che le vendite non sono un problema ha precisato che “Nessuna decisione è stata assunta”.
L’azienda, fondata nel 1857, è uno dei simboli del made in Italy più noti nel mondo, e suoi cappelli sono stati indossati da gangster e detective, banchieri e rapinatori, giudici e assassini, dandy e artisti, senza distinzioni di classe e di età. Humphrey Bogart in Casablanca, con il trench bianco e l’inseparabile sigaretta all’angolo della bocca, insieme ad Alain Delon e Jean-Paul Belmondo nel film omonimo del 1970, hanno reso iconica l’immagine dei Borsalino. Senza dimenticare Harrison Ford, Robert Redfort o Leonardo Di Caprio… ma il Borsalino è stato anche il cappello di Michael Jackson. Ed è oggi il più usato a Mea Sharim.
Al Tribunale di Alessandria è arrivata pochi giorni fa la richiesta di concordato preventivo “che consenta la ristrutturazione dei debiti e la soddisfazione dei crediti”, ma che potrebbe portare al fallimento. Una crisi profonda, dovuta principalmente ai danni fatti su un’industria nota come sana e profittevole dalla finanza d’assalto: all’origine dei guai di Borsalino, infatti, ci sarebbe un finanziere astigiano, al centro di una delle maggiori bancarotte italiane. E la richiesta di concordato preventivo potrebbe essere quasi una liberazione, dato che sarà necessario chiarire la situazione proprietaria, e il marchio Borsalino potrebbe sicuramente far gola a molti nel mondo della moda.

a.t. twitter @atrevesmoked

Del rapporto tra i Borsalino e il mondo ebraico si era occupato il dossier Moda e modi, pubblicato da Pagine Ebraiche nel dicembre dello scorso anno, riproponiamo qui quanto pubblicato allora.

Borsalino, il feltro di Alessandria a Mea Sharim
Austera, mistica eleganza. Il mondo degli ortodossi stravede per i mitici cappelli italiani

Dal 2008 cinque, sei volte all’anno Mendy Bastomsky parte da Mea Sharim, Gerusalemme, alla volta di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria. Il primo aprile di quell’anno, infatti, ha aperto il primo negozio monomarca di Borsalino in Israele, dando così fine a una situazione che per l’azienda piemontese – pur essendo già allora estremamente proficua – presentava numerosi problemi. In Israele fino ad allora i famosi feltri arrivavano attraverso le agenzie di distribuzione, ai negozianti o direttamente alle yeshivot. I venditori si facevano una concorrenza feroce per avere più modelli, stili più nuovi (fino a un certo punto, ovviamente) e prezzi più bassi. Dopo il successo del primo negozio la seconda apertura. A Bnei Barak. Non sono scelte casuali: anche se non è il suo nome ufficiale esiste una “Borsalino religious collection” e le vendite al mercato religioso sono una parte impressionante del fatturato della Antica Casa che dal 1857 produce cappelli. Nel 2008 si parlava del 30% del totale, ma ora – anche se dall’azienda è impossibile avere informazioni precise – si è arrivati a una percentuale molto più alta. Nel suo elegantissimo negozio Mendy Bastomsky, chabad, vende quasi esclusivamente cappelli neri, destinati al pubblico ortodosso. E ultraortodosso. “Potrebbero sembrare tutti uguali, o per lo meno molto simili, lo so, ma ci sono più di dieci tipi di ala – dai sette centimetri e mezzo fino ai quattordici – varie finiture per la bordatura, misure di altezza, cinte di diversi tipi… ogni gruppo ha il suo cappello, e non userebbe mai qualcosa che non corrisponde alla sua appartenenza, sarebbe come non essere se stessi”, spiega.
Ogni yeshiva ha il suo cappello, certo, ma il condurre una vita improntata al rigore, alla modestia e alla spiritualità non significa essere indifferenti alla moda, né alla qualità. Che è indiscutibile, scegliere un cappello Borsalino significa comprarsi qualcosa che si potrà portare per tutta la vita, anche grazie alla possibilità di acquistare tutti gli accessori necessari, dalla spazzola per prendersi cura del feltro realizzato da sempre con la stessa tecnica e una competenza antica, fino alle grandi scatole nere su cui spicca lo storico marchio, in oro. 
Il marchio è garanzia sufficiente, per un ragazzo haredì si tratta di una sorta di status symbol, al pari di una Rolls Royce, e i cappelli non sono neppure esposti in vetrina, non è necessario.
La scritta Borsalino è più efficace di qualsiasi campagna di marketing e Mendy Bastomsky ha più di una ragione per sorridere.
Prima di aprire in Rechov Yehaskel aveva già accumulato più di dieci anni di esperienza con vari cappellai a Gerusalemme, e la sua clientela la conosce bene. Così bene da affermare: “Per conoscere il carattere di una persona, mi basta vedere che cappello porta”.

Ada Treves
Pagine Ebraiche, dicembre 2014

(6 marzo 2015)