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Nel narrare le offerte che ogni ebreo ha portato per la costruzione ed il montaggio del Mishkàn, il Tabernacolo mobile, la Torà riferisce che “Weha-mela’khà hayethà dayyàm le-khol ha-mela’khà la-‘assòth othàh we-hothèr”, “il materiale era sufficiente per tutta l’opera per realizzarla, e ne avanzava”. In questa affermazione è nascosta una contraddizione: o il materiale era sufficiente, ossia nel quantitativo giusto, non poteva avanzarne; e viceversa, se avanzava, non poteva essere solo sufficiente.
Alcuni Maestri risolvono questa contraddizione facendo un’importante considerazione, che a mio avviso potrebbe essere applicata anche ai giorni nostri e nelle nostre Comunità, con riferimento al nostro rapporto con le istituzioni ebraiche.
Se le offerte per il Mishkàn fossero state solo “sufficienti”, di misura, di fatto non sarebbero state sufficienti a livello spirituale. Sarebbe mancata la possibilità della manifestazione della presenza divina, la percezione della Shekhinà. Infatti, ognuno avrebbe potuto legittimamente gloriarsi che grazie alla sua offerta si rendeva possibile la costruzione del Mishkàn, e la superbia è qualcosa che impedisce alla Shekhinà di manifestarsi, come è detto: “È aborrito da D.o qualunque superbo di cuore”. Se invece avanza qualcosa dalle offerte e questo qualcosa non è strettamente necessario, ognuno può giustamente domandarsi se è la sua offerta che non viene utilizzata, che è considerata irrilevante. Ciò dispone ad un atteggiamento di umiltà, che si concilia con la manifestazione della Shekhinà. Pertanto il quantitativo delle offerte, benché sovrabbondante, è esattamente sufficiente per raggiungere la meta.
E nelle nostre Comunità? Anche qui, l’atteggiamento di chi fa il minimo indispensabile, l’atteggiamento di chi sa che quanto fa è strettamente necessario per realizzare le mete prefissate è un atteggiamento superbo ed egoistico, perché ognuno può dire “se non ci fossi io, non si realizzerebbe”; questo non porta alla percezione di fare qualcosa di importante e sacro per tutti. Solo se facciamo di più, e lo facciamo domandandoci sempre se non è superfluo, se lo facciamo con la sensazione di fare anche se non è necessario, allora abbiamo la possibilità di realizzare qualcosa di sacro, che realmente ci può portare ad un livello superiore.

Elia Richetti, rabbino

(12 marzo 2015)