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inizio…

Quasi sempre la Parashà di Tzaw viene a cadere nel Sabato che precede immediatamente la festa di Pesach. Benché nella Parashà non vi sia nulla che la colleghi a Pesach, ritengo che comunque il collegamento esista; e se così è, certo non è casuale.
La Parashà tratta delle regole per l’iniziazione dei Kohanìm al loro servizio. Siamo all’inizio di una nuova realtà, e quest’inizio è accompagnato da norme che si dovranno osservare affinché la cosa abbia il suo giusto rilievo.
Pesach è l’inizio della vita libera di un popolo, la nascita stessa del popolo ebraico come popolo libero di essere legato da un vincolo inscindibile solo con Ha-Qadòsh Barùkh Hu’. Anche quest’inizio è circondato da regole minuziosissime: l’eliminazione del chamètz, le mille e più attenzioni per poter fare le matzòth, il sacrificio di Pesach (quando c’era il Beth Ha-Miqdàsh), il Seder, … Non solo, ma a Pesach sono collegate anche altre regole: il divieto di mangiare i cereali appena maturati fino a dopo Pesach, la presentazione (al Santuario) e comunque il conteggio dell’Omer, la prelevazione della Challà dalle matzòth.
A ben guardare, tutte queste regole sono collegate all’idea dell’inizio di qualcosa. La Challà è essa stessa chiamata dalla Torà “re’shìth ‘arisothekhèm”, inizio del vostro impasto; il consumo dei cereali nuovi indica l’inizio della stagione della mietitura; la presentazione dell’Omer altro non è che il portare il primo quantitativo di orzo del proprio campo al Santuario.
Forse dobbiamo trarne un principio generale: di fronte ad ogni cosa nuova siamo generalmente portati ad affrontarla soprattutto sull’onda dell’entusiasmo, della spontaneità. Ciò è tutt’altro che negativo, ma al tempo stesso è necessario anche affrontare la novità con la misura, la serietà e la concentrazione che solo l’adesione a regole precise può dare. L’eccessiva spontaneità è quella che mi fa gioire del giocattolo nuovo, il cui pregio principale è che “adesso è mio”. Non è questa l’ottica della Torà. L’inizio del sacerdozio è l’inizio di una responsabilità enorme, che Ha-Qadòsh Barùkh Hu’ regala ai Kohanìm, i quali devono mantenersene degni; la nascita del popolo libero deve essere vissuta come l’impegno a considerare l’altro ebreo come un fratello col quale condividere il bene ed il male, che ambedue provengono da D.o; la Challà è l’inizio dell’impasto, che mi è reso possibile dal fatto che D.o mi concede di utilizzare i prodotti del mondo da Lui creato; lo stesso ragionamento si può applicare all’Omer e ai nuovi cereali (“chadàsh”). L’entusiasmo per i regali che D.o ci fa sia sempre collegato con la continua consapevolezza del loro reale valore.

Elia Richetti, rabbino

(26 marzo 2015)