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interpretazioni…

I nostri Maestri rilevano che al momento di celebrare l’investitura dei Kohanìm e dare avvio al culto sacrificale, il popolo portò più offerte di quante ne abbia portate Aharòn, che pure era il più diretto interessato. Il motivo che viene addotto dai Chachamìm è che – in qualche modo – ciò rispondeva ad un desiderio del popolo di elevarsi oltre il livello usuale, che pure era già elevato.
A questo punto, la Torah riferisce che Moshè dice al popolo le seguenti parole: “Zè ha-davàr ashèr tziwwà Ha-Shèm ta‘assù, we-yerà’ alekhèm kevòd Ha-Shèm”, “questo che ha comandato il Signore fatelo e Si manifesterà a voi la Gloria del Signore”.
Il Midràsh dà un’interpretazione un po’ particolare: “Questo yétzer ha-rà‘ (istinto al male) allontanatelo dal vostro cuore, sì che tutti abbiate un unico timore ed un’unica idea, e come Egli è Unico nel Suo mondo, così il vostro atto di servizio divino sarà unico (speciale) al Suo cospetto”. Di che ‘istinto al male’ si tratta qui? E perché Moshè deve mettere in guardia il popolo contro l’istinto al male proprio ora che tutti si sforzano di rendersi migliori?
Lo “Shem mi-Shemu’èl” spiega che quanto più si è ad un livello alto, tanto più bisogna evitare di sbagliare o peccare, perché per chi è più elevato anche ciò che per altri non è condannabile lo diventa. Egli riporta un aneddoto in merito ad un Rabbino chassidico, Rav Naftalì di Rupschitz, che trovandosi a Rosh Hashanah presso il Veggente di Lublino (altro famosissimo Rebbe), mentre si stava recando alla cerimonia del Tashlìkh (con la quale gettiamo simbolicamente in acqua le nostre colpe) incontrò appunto il Veggente che ne stava tornando; alla domanda del Rebbe dove stesse andando, rispose: “A raccogliere ciò che il Rebbe ha gettato via”, per indicare che ciò che il Veggente considerava un suo peccato, per altri sarebbe stato ancora una virtù.
Dopo l’inaugurazione del Tabernacolo, quando Moshè si accorse che il popolo cercava un livello di spiritualità superiore a quello di chi doveva rappresentare il culmine, lo ammonì dicendo: toglietevi di dosso questo istinto negativo di voler essere di più di ciò che siete allo scopo di ‘costringere’ la Presenza divina a dimorare presso di voi; cercate piuttosto di essere tutti uniti nel culto e negli intenti, perché la Presenza divina non si manifesta quando alcuni si elevano a cime irraggiungibili, bensì quando tutti sono ad un livello di unitarietà nel sentire e nell’agire.
Intendiamoci: non è la tendenza a migliorarsi che è definita ‘istinto al male’, bensì la tendenza a fare più di ciò che è giusto, soprattutto quando questo di più è visto come uno strumento per avere più gloria, perché sarebbe un servire il Signore “allo scopo di averne una ricompensa”, mentre i Pirqè Avòth ci ammoniscono che solo se Lo si serve non allo scopo di avere una ricompensa si gode di un corretto rapporto con Ha-Qadòsh Barùkh Hu’.

Elia Richetti, rabbino

(16 aprile 2015)