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Setirot – La felicità d’Israele

jesurumCapita spesso, andando da amici in Israele o leggendo narrativa israeliana o gustandosi un film israeliano, di chiedersi – soprattutto in certi periodi tragici – da dove arrivi la forza non soltanto di andare avanti giorno dopo giorno, ma di essere o almeno apparire vivaci, vitali, casinisti, allegri, si direbbe felici.
Ce lo potrebbero spiegare certamente sociologi, politologi, psicologi e rabbanìm.
Rimane il fatto che, appena finito di leggere gli ultimi racconti di Etgar Keret (“Sette anni di felicità”, ed. Feltrinelli), mi sono riproposto per la centesima volta la medesima domanda: come fanno? Quale magia evoca una frase come «Se un razzo ci può cascare in testa in qualsiasi momento, che senso ha mettersi a lavare i piatti?». Allora torna in mente quanto diceva in una intervista Miki Ben-Cnaan, autrice di quel fantastico e assurdo “Il grande circo delle idee”: «In questo Paese tutti si lamentano per qualche ragione però in realtà la felicità è molto diffusa, al punto da essere obbligatoria come si canta nella canzone popolare Hava Naghila». Si dirà: intellettuali, gente fuori dal mondo, mattacchioni. Proprio no dal momento che per il secondo anno consecutivo Israele si è piazzato all’undicesimo posto tra i Paesi “più felici” del mondo secondo la classifica del World Happiness Report dell’ONU. Come ho letto in un tweet assai veritiero, l’hashtag non può che essere #allafacciadichicivuolmale.

Stefano Jesurum, giornalista

(7 maggio 2015)