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…preghiera

Quando sento parlare di possibili convergenze fra religione e stato un fastidioso brivido mi corre sempre lungo la spina dorsale. E il primo pensiero mi corre ai pozzi senza fondo di esenzioni fiscali e di denaro pubblico utilizzati (sprecati e arraffati) per mantenere istituti pseudoeducativi confessionali o per restaurare a costi indicibili ristoranti e alberghi che vengono fatti passare per edifici di interesse cultuale, in particolare durante giubilei indetti ad hoc.
Che bello se ci si ricordasse il principio di ‘libera chiesa in libero stato’.
A volte sembra che sarebbe invece necessario affermare il principio di ‘libero stato in libera chiesa’. Pregare per lo stato, come ora il rav di Francia ci propone, significa, fra le altre cose, mantenere viva questa confusione fra due dimensioni diverse della nostra coscienza, da cui tuttavia le mire agli aiuti di stato dovrebbero essere escluse. Tutto il resto – i diritti di cittadini – lo stato ce lo deve come a ogni altro cittadino di ogni altra religione, che preghi o che non preghi per lo stato e, soprattutto, per i suoi governanti. Pregare in quanto ebrei per un monarca (o per più monarchi) è ammettere una condizione di inferiorità civile.
Ma io sono cittadino italiano, con tutti i miei diritti e con tutti i miei doveri, anche se non prego per i governanti che, magari, non rispondono affatto alle mie aspettative ideologiche o, peggio, a minime istanze etiche. E allora? Devo pregare forse perché si salvino l’anima, o perché si ravvedano nei loro percorsi corruttivi? Per questo dovrebbero bastare i risultati elettorali e, se del caso, le sentenze della magistratura.
Per la loro stessa coscienza, poi, che preghino ciascuno per conto proprio. Mi è piaciuto l’articolo di rav Riccardo Di Segni sull’argomento (Pagine Ebraiche n. 6, giugno 2015). Soprattutto quando osserva che non dovremmo produrre confusione con bandiere israeliane e foto di soldati israeliani esposte fuori dalle sinagoghe.
Quello della strumentalizzazione, di volta in volta, del nostro essere italiani o del nostro essere ‘israeliani’ acritici e senza se e senza ma è un discorso di vecchia data, ma si continua a ricorrervi specie in vicinanza di elezioni, anche con liste che la confusione scelgono di crearla con la loro stessa denominazione. La preghiera, per chi è in grado di dedicarvisi e di realizzarla in sé (che non significa solo biascicarla a labbra e occhi semichiusi) è un atto interiore profondo, da cui sarebbe utile lasciar fuori ogni spunto politico. E cerchiamo poi di non dimenticarci – e non se ne dimentichi il rabbino capo di Francia – che abbiamo avuto il governo di Salò e quello di Vichy. Forse lui se n’è dimenticato.

Dario Calimani

(9 giugno 2015)