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Buona scuola

zeviLa sentenza della Cassazione sulle scuole private ha comprensibilmente scatenato un putiferio. Come accade quando la politica fa lo struzzo, la Magistratura colma il vuoto, stabilendo in questo caso un principio gravido di conseguenze: le due scuole di Livorno – la cui frequentazione richiede una retta – costituiscono attività commerciale e dunque sono soggette all’intera fiscalità, compresa quella sugli immobili. Una decisione che fa vacillare i conti di decine di migliaia di scuole private in tutta Italia, la maggior parte cattoliche.
Sul piano strettamente culturale e costituzionale, non avrei dubbi: la scuola pubblica deve avere la precedenza e, in epoca di vacche magre, è giusto imporre alle parificate tutte le tasse in modo da investire più soldi nelle statali. Si scopre però che, senza l’apporto dei privati, il sistema nazionale rischierebbe di implodere: sul piano quantitativo, perché non ci sono posti sufficienti per il milione di studenti attualmente fuori dalle pubbliche; e su quello economico, perché ogni alunno costa allo Stato assai di più di ciò che l’erario spende per sovvenzionare le scuole private.
Il segretario della Conferenza episcopale, monsignor Nunzio Galantino, ha giustamente sottolineato che le parificate non sono tutte cattoliche, chiamando a esprimersi anche ebrei e valdesi (anche se i numeri non sono ovviamente confrontabili). Nella nostra comunità – vale tanto a Milano quanto a Roma – sappiamo bene quanto la scuola sia un investimento decisivo per la continuità, e al tempo stesso quanto sia onerosa per le famiglie e difficile da gestire per far quadrare i conti. Insomma, hanno tutti un po’ ragione: chi difende la scuola pubblica, chi la laicità, chi il pluralismo, chi il diritto delle famiglie a scegliere, chi fa di conto.
Dal momento che da poco è stata faticosamente approvata una riforma complessiva della scuola, la “Buona scuola”, cogliamo l’occasione per aprire un dibattito profondo sul ruolo dell’istruzione privata e sul suo rapporto con quella pubblica nella formazione dell’identità nazionale. Poi torniamo a ragionare di tasse e incentivi.

Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas twitter @tobiazevi

(28 luglio 2015)