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Obama e l’intesa con l’Iran
“Senza accordo, sarà guerra”

rassegnaL’alternativa all’accordo siglato tra le potenze occidentali e l’Iran è la guerra. “Magari non domani, neanche tra qualche mese, ma certo abbastanza presto”, ha avvisato il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, difendento l’intesa raggiunta poche settimane fa sul nucleare iraniano e chiedendo al Congresso americano, che dovrà votarlo a settembre, di non affossarlo. Come sottolineano i quotidiani oggi, Obama ha scelto lo stesso palco – quello dell’American University di Washington – da cui John F. Kennedy nel 1963, in piena Guerra Fredda si schierò a favore della pace e dei negoziati con i sovietici per evitare il conflitto sul campo. Lo stesso Obama ha richiamato quel discorso e difeso la sua scelta con l’Iran, “sostenendo che l’accordo è la soluzione migliore per impedire alla Repubblica islamica di costruire l’arma atomica, perché blocca l’arricchimento, elimina le scorte di materiali nucleari prodotti finora, e crea un sistema di controlli che consentirà di capire subito se gli iraniani imbrogliano” (La Stampa). Il presidente americano ha poi cercato di rassicurare Israele, affermando di capire le preoccupazioni del suo premier, Benjamin Netanyahu, ma definendole sbagliate. Secondo la Casa Bianca l’accordo non solo eviterebbe un guerra con il regime degli Ayatollah ma l’auspicio è che la “normalizzazione dei rapporti possa portare a un ruolo attivo di Teheran nel risolvere la crisi siriana e battere lo Stato Islamico” (Repubblica). “Non ci fidiamo di loro. Questa è la chiave dell’accordo”, spiega a Repubblica l’ex segretario Usa Madeleine Albright: “L’importanza di cio che è stato firmato non è nella fiducia ma nelle verifiche e nel fatto che è un accordo multilaterale, non solo con gli Stati Uniti, e che coinvolge l’Onu”.

Israele, l’Italia garante per l’Iran. “Dobbiamo lavorare per rassicurare chi critica l’accordo, Israele e Arabia Saudita innanzitutto”. A dichiararlo il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni, protagonista negli scorsi giorni assieme al ministro per lo Sviluppo economico Federica Guidi di una missione a Teheran. “Oltre a cercare affari per quando si disattiveranno le sanzioni internazionali dovute ai piani nucleari precedenti, anzi nel cercare affari, la diplomazia italiana – scrive il Corriere delle Sera – ha delineato un proprio possibile contributo a una sorta di operazione rassicurazione verso Stati mediorientali turbati da quell’accordo”. Tra questi, Israele, con cui l’Italia cerca di fare da mediatrice sulla questione iraniana. I due paesi ne discuteranno nelle prossime ed imminenti visite in Italia del presidente israeliano Reuven Rivlin e del premier Benjamin Netanyahu.

Iran, luce verde alle aziende italiane. La missione iraniana del ministro Gentiloni, accompagnato da alcuni imprenditori italiani, era soprattutto diretta a siglare nuovi accordi economici con Teheran, come spiegano Avvenire e La Stampa. “Questa visita rappresenta una luce verde per la futura presenza delle società italiane nel settore energetico”, ha assicurato il ministro del Petrolio iraniano Bijan Zanganeh, spiegando che “l’obiettivo sono investimenti congiunti”. E per facilitare questi ultimi, presto il presidente Rohani verrà in visita a Roma.

Bartali, da Firenze a New York. “C’è un ponte che parte da New York e arriva fino a Firenze. E su quel ponte torna a correre Gino Bartali”. Sulle pagine fiorentine del Corriere il racconto di come un giovane ebreo americano, Jonathan Freedman, è riuscito a costituire un team di ciclisti che correranno negli Stati Uniti per diffondere il messaggio di solidarietà del campione di Ponte a Ema, nominato Giusto tra le Nazioni nel 2013. Un team, racconta il Corriere, costituitosi nel solco delle nuove storie emerse a seguito dalla campagna per la raccolta di testimonianze inedite per Ginettaccio lanciata nel 2010 su Pagine Ebraiche dal giornalista UCEI Adam Smulevich e da Sara Funaro, attuale assessore al Welfare del capoluogo toscano. Due i testimonial d’eccezione del Team Gino Bartali: George Hincapie, 17 partecipazioni al Tour de France; Christian Vande Velde, quarto alla Grand Boucle del 2008. “Il protagonista è stato uno straordinario campione del Novecento – racconta Smulevich al Corriere – un uomo che ha segnato la storia dello sport italiano ed europeo. Commuove che ci siano persone che, di là dall’Oceano, spinte da forti valori e concretezza, riescano a portare avanti azioni così significative”.

Il nuovo corso del Canale di Suez. “Da Nasser ad Al Sisi l’opera faraonica che dà gloria e cancella le ombre”, titola Repubblica nel raccontare la storia e il nuovo progetto legato al Canale di Suez (Egitto) con l’odierna inaugurazione del “raddoppio della via navigabile aperta 146 anni fa. Un’opera che non solo creerà posti di lavoro, ma – spiega il quotidiano diretto da Ezio Mauro – farà anche dimenticare le repressioni del regime”. Un luogo chiave per gli scambi commerciali, teatro nel 1956 di un conflitto, ricorda Repubblica, a cui parteciparono, al fianco di Francia e Gran Bretagna, anche “le truppe israeliane del generale Moshe Dayan. Militarmente fu un successo, ma politicamente un disastro. Perché gli Stati Uniti ordinarono a Londra, a Parigi e a Tel Aviv di ritirare le loro truppe dal Canale e furono ubbiditi”.

Il modello Tel Aviv in Italia. “Sono stato rapito per sette giorni in Israele dall’euforia avanguardistica di #TechAviv, capitale e centro nevralgico della StartUp Nation. Comunque lo guardiate, in questo piccolo Stato dalla storia travagliata vedrete innovazione”. A scriverlo, Oscar di Montigny, direttore marketing, comunicazione e innovazione di Banca Mediolanum che in un articolo su Panorama racconta la sua recente esperienza a Tel Aviv e in Israele, proponendole come modello imprenditoriale e di ricerca da seguire e applicare in Italia.

Wegner, giusto ma non perfetto. Sull’Espresso Wlodek Goldkorn recensisce il libro di Gabriele Nissim La lettera a Hitler (Mondadori), raccono della vita di Armin T. Wegner, scrittore tedesco che denunciò il genocidio armeno compiuto dai turchi prima e le persecuzioni ebraiche dei nazisti poi. “Nissim – scrive Goldkorn – riflette in una maniera non banale su concetti come vergogna e colpa, riferiti sia agli individui che ai popoli e spiega quanto Wegner si sia sempre schierato e dalla parte giusta, ma che non basta schierarsi per essere esenti dalla colpa; è questo uno dei paradossi del secolo dei totalitarismi”.

Daniel Reichel twitter @dreichelmoked

(6 agosto 2015)