…identità

Dopo diversi anni, l’Eurobasket in Francia ci ha riproposto quell’incontro diretto Italia-Israele che rappresenta il paradigma quintessenziale del dilemma identitario. Alla domanda infinite volte ripetuta con un tono fra il sornione e il molesto: “Ma tu fai il tifo per l’Italia o per Israele?”, c’è chi con risoluta fede patria risponde l’Italia; chi risponde Israele rischiando l’accusa di Israelolatria sollevata dal sociologo Enrico Finzi; chi usa dare una risposta opportunamente diversa a seconda del paese in cui si trova e della persona con cui sta parlando in quel momento; e chi pensa di schivare l’ostacolo rispondendo: “Non mi interesso di sport”. E poi se nel calcio esiste la scappatoia del pareggio, nella pallacanestro il pareggio non esiste e quindi è più difficile sfuggire. Il momento di minima razionalità e di massima doppia lealtà creato dal confronto fra le due squadre azzurre poteva comunque stimolare una riflessione più profonda sulla complessità delle opzioni identitarie e riproporre la questione se sia proprio necessario possedere una sola identità o se non sia più attuale e legittimo portarne avanti più di una. Tanto più in un mondo di crescenti mobilità geografiche, di esperienze complesse e di residenze multiple nel lavoro, nella cultura, e nelle reti familiari. Poi domenica al Palasport di Lilla, l’Italia ha battuto Israele col punteggio di 82 a 52 e si è qualificata per i quarti di finale. Difficile giornata per i cultori dell’Israelolatria e forse (anche se non ne sono del tutto convinto) un pallido raggio di luce per i loro omologhi e complementari cultori della Diasporalatria. Ma alla fine ricordiamoci il motto del barone De Coubertin: “Nello sport l’importante è partecipare”. Anche nelle identità.

Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme

(17 settembre 2015)