…pluralità

“All’inizio creò Elohìm il cielo e la terra. E la terra era ‘tohu vabohu’ e oscurità sulla superficie dell’abisso e il soffio di Elohim galleggiava sull’acqua. E disse Elohìm: sia la luce e così avvenne. E vide Elohìm la luce come buona e distinse Elohìm fra la luce e l’oscurità. E chiamò Elohìm la luce giorno, e l’oscurità la chiamò notte e fu sera e fu mattino giorno primo”. Già dal primo verso della rinnovata lettura della Torah (che ho provato indegnamente a rendere in senso letterale) i problemi sono molto più grandi delle risposte che riusciamo a trovare. Ci sono espressioni intraducibili (tohu vabohu), ci sono situazioni impossibili per noi umani limitati (come si può creare la luce senza creare la sua fonte fisica, il sole, che comparirà solo poco dopo?). Ed è poi chiaro che l’atto della creazione è accompagnato – come già aveva sottolineato Walter Benjamin – dall’assegnazione di nomi (giorno e notte, in questo caso). Quindi la scrittura e la pronuncia del nome diventano parte integrante del processo di creazione. E lasciamo naturalmente da parte la questione fondamentale che sottende a tutto ciò, e cioè chi sia Elohìm, e perché lo leggiamo qui in forma plurale pur essendo singolo e unico l’Autore della creazione. E che dire della recita cantilenata che nella tradizione ebraica non è facoltativa, che è parte integrante di una lettura che deve essere esatta, per dare il giusto peso a ogni singola lettera che il testo ci tramanda.

Solo da queste prime e elementari considerazioni si capisce quanto sia centrale per la civiltà ebraica il nuovo inizio che ogno anno ci si dà, per intraprendere la lunga lettura di un testo così complicato, anomalo, stratificato e affascinante. È questa lettura, anzi, questa recita e rappresentazione, che costituisce il nucleo centrale di quella che noi moderni chiamiamo identità. L’hanno effettuata ebrei di ogni estrazione e di ogni gradazione, a tutte le latitudini. È l’elemento che ha reso omogeneo il mondo ebraico e la sua storia nei millenni, e che ci permette di guardare al medesimo come a una unità, pur articolata e differenziata al suo interno. Paradossalmente, è questa la ragione principale per cui guardo con occhio non benevolo chi spinge per una omologazione del “sentire” ebraico, chi chiama a improbabili monolitismi un mondo come quello ebraico che nel tempo ha fatto della pluralità uno dei suoi punti di forza. Io spero che il re-inizio, la rinnovata meditazione sul testo complicato e magnifico della Torah, induca tutti a leggerlo con sorpresa e interesse, e anche con gioia, partendo ognuno dal proprio punto di vista e cercando di comprenderlo al meglio, nella convinzione che la comune lettura unisce, mentre l’interpretazione univoca appiattisce e non dà frutti.

Gadi Luzzatto Voghera, storico

(9 ottobre 2015)