In cornice – Il Modigliani degli scandali

nu couché modigliani Generosi e visionari oppure nuovi ricchi, “collezionisti che hanno talmente tanti soldi che comprano il buon gusto, o anche che non hanno bisogno di avere buon gusto perché comprano tutto quello che trovano”, come li descrive Philip Tinari, direttore dell’Ullens Center for Contemporary Art di Pechino. È fra questi due estremi che si dividono i pareri sugli acquirenti del famoso Nu Couché di Amedeo Modigliani, che Christie’s ha battuto per più di 170 milioni di dollari la sera del 9 novembre. Liu Yiqian, insieme alla moglie, Wang Wei, ha acquistato il Modigliani per una cifra che è seconda solo a quella raggiunta dalle Donne di Algeri di Picasso con i suoi 179 e rotti milioni di dollari, e che porta a dieci le opere d’arte che sono arrivate a un prezzo a nove cifre: oltre a Picasso e Modigliani, artisti del calibro di Francis Bacon con i Tre studi di Lucien Freud o Edvard Munch, per il notissimo Urlo. Nove minuti da brivido, che hanno consegnato il Modigliani nelle mani di un collezionista che a Shangai ha fondato due musei privati, e che progetta di esporlo in uno dei due per il quinto anniversario dell’apertura, perché “sarà un’opportunità per i cinesi che amano l’arte di vedere delle opere importanti senza dover uscire dal paese. È con questa motivazione che ho fondato il museo”. Motivazioni nobili, ma la perplessità dei cultori dell’arte si riversa da alcuni anni su Liu, che da adolescente a Shangai durante gli anni tumultuosi della Rivoluzione Culturale viveva vendendo borse per strada, per poi riuscire, dopo aver abbandonato la scuola, a migliorare la sua situazione diventando autista di taxi, fino a quando le riforme economiche gli hanno aperto la strada, permettendogli di diventare uno degli uomini più ricchi del paese. Intervistato dal New York Times nel 2013 aveva spiegato: “Per me collezionare opere d’arte è principalmente un processo di apprendimento. Prima bisogna amare l’arte, poi si può arrivare a capirla”.
Quanto sia andato avanti il processo di apprendimento del “taxi tycoon”, come viene spesso chiamato, con un nomignolo carico di pregiudizio, non è dato sapere, anche grazie ad azioni e dichiarazioni decisamente provocatorie, come quando ha così commentato l’acquisto, facendo rabbrividire i critici paludati di tutto il mondo: “Quest’opera è relativamente carina se comparata agli altri suoi nudi, e i suoi nudi sono stati acquistati da alcuni dei più importanti musei al mondo”. E “relativamente carina” non è esattamente il pensiero che ci si aspetterebbe dal fresco acquirente di uno dei quadri più noti del mondo, che già aveva causato scandalo circa un secolo fa, quando la serie di grandi nudi femminili dipinti per Léopold Zborowski venne esposta nella prima e unica personale di Modigliani, alle Galerie Berthe Weill di Parigi, attirando di fronte alle grandi vetrate della galleria una folla tale che la polizia chiese l’immediata chiusura della mostra, per oltraggio al pudore.
In Italia il mondo dell’arte si divide fra la soddisfazione per la cifra pagata per il Modigliani – in fondo le ultime aste avevano raggiunto prezzi stratosferici per opere contemporanee che molti considerano “gonfiate” come, per citare il critico Marco Vallora, “i pupazzoni di Koons o le pastigliette di Hirst” – e un nuovo sospetto di scandalo. Il quadro, infatti, dipinto fra il 1917 e il 1919, è stato messo sul mercato da Laura Mattioli Rossi, figlia del collezionista Gianni Mattioli, nonostante alla morte del padre ella avesse dichiarato di volerlo dare in concessione al Guggenheim di Venezia. Una legge del 1939, inoltre, regolamenta in maniera rigorosa l’uscita dall’Italia di opere d’arte che abbiano più di 50 anni, classificate come “antiche”, ed è stata avanzata un’interrogazione ai ministri sia della Cultura che dell’Interno perché al momento non è chiaro se per il Nu Couché sia stata fatta tutta la documentazione necessaria a uscire dall’Italia. Un espatrio però, come spiega il gallerista Guido Guastalla, profondo conoscitore della vita e dell’opera di Amedeo Modigliani, che è ben precedente alla vendita che porterà l’opera in Cina, perché il Nu Couché dopo la morte di Mattioli era già finito in Svizzera, per una cifra neppure lontanamente comparabile con il valore attuale. In passato un notissimo mercante d’arte americano aveva tentato di acquistare il prezioso quadro per conto della famiglia Rockfeller, arrivando – come racconta Guastalla – a posare sul tavolo un assegno in bianco, esplicitamente destinato ad essere riempito con qualsiasi cifra Mattioli avesse deciso di chiedere. “Sono anziano, e molto malato – avrebbe risposto il collezionista – e non posso mangiare più di una ciotola di riso. Non avrei nessun uso per una cifra del genere. Ma se mi togliete quel quadro la mia vita non ha più senso”.

Ada Treves twitter @atrevesmoked

(11 novembre 2015)