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In ascolto – Perek Shira

Maria Teresa MilanoAspettiamo la neve, così dicono le previsioni, ma intanto pioviggina. In compenso queste ultime giornate erano stupende. Il cielo blu intenso, il sole caldo, le montagne bellissime. Avevo un impegno di lavoro, per cui salgo in macchina con un paio di amici ma prima di mettere in moto, quasi come un rito, ci fermiamo in silenzio per qualche secondo ad ammirare sua maestà il Monviso.
È lì, ogni giorno davanti a noi, eppure non ci abituiamo alla sua bellezza e quando il cielo è blu e terso come ieri, si prova ancora meraviglia di fronte a quella cima che è parte della nostra vita.
La provincia di Cuneo è abbracciata dalle montagne, in certi punti il panorama è mozzafiato e non lo dico per promuovere le nostre valli, ma perché ieri, di fronte alla potenza evocativa della natura, mi sono ritrovata a pensare al Perek Shira (Il capitolo del canto), un volumetto di straordinaria bellezza che alcuni rabbini, come Mosè Josef di Trani hanno attribuito a Davide e che secondo lo studioso israeliano Malachi Beit Arieh, va fatto risalire al III sec. d. C., ma in realtà secondo la maggior parte degli studiosi si tratterebbe di un testo medioevale, tramandato in oltre cento manoscritti e stampato per la prima volta a Venezia nel 1576.
Nel suo saggio dedicato al Canto delle Piante, Sarah Kaminski crea una connessione molto interessante tra il Perek Shira, il trattato Il Pastore e le piante del grande Rebbe Nachman di Breslav, il piyyut del poeta Nathan Zach e la canzone Il canto delle piante di Naomi Shemer, in un viaggio lungo secoli, che si esprime attraverso melodie e linguaggi diversi.
Il Perek Shira ci dice che ogni creatura eleva la sua lode a Dio, è una vera e propria celebrazione della natura e dell’universo; non è solo l’uomo a intonare un canto di ringraziamento, ovvero una preghiera, ma ogni singolo elemento della creazione, dal mondo inanimato fino ai vegetali e agli animali.
Nel suo Musica e canto nella mistica ebraica, Enrico Fubini dedica un intero capitolo al Perek Shira e scrive: “Appare chiaro dal testo che l’unico modo di rendere grazie a Dio per aver creato il mondo è intonare un canto […] il canto non è una forma di accompagnamento della preghiera, ma è la preghiera stessa nella sua forma più pregnante e più alta”.
Secondo il rabbino e filosofo del XV sec. Josef Albo, chiunque reciti ogni giorno il Perek Shirah verrà considerato saggio, uomo di grande statura morale.
La musica ha ripreso nel tempo l’idea che anche gli elementi naturali e gli animali rendono lode a Dio, come se tutto il creato intonasse all’unisono, ma con una molteplicità di suoni differenti, il canto di ringraziamento al proprio creatore.
Esistono diverse realizzazioni musicali e video che si ispirano al Perek Shira, alcune sono a mio avviso un po’ kitch, con sonorità ambient mescolate ai suoni elettronici, per cui il mio consiglio d’ascolto di oggi è O’ Sifuni Mungu, un canto che mette in swahili e in inglese la tradizione secolare ebraica del Perek Shira.

Maria Teresa Milano

(26 novembre 2015)