moked/מוקד

il portale dell'ebraismo italiano

nascondimento…

Una delle teorie sostenute dal pensiero ebraico tradizionale a proposito della Shoah è quella del nascondimento del volto divino (Ester Panim), avanzata nella Torah, nei Profeti e nel Talmud, ma anche da Maimonide, da Eliezer Berkovits, Norman Lamm, Joseph B. Soloveitchik, Abraham Joshua Heschel, Elie Wiesel, Martin Buber, André Neher, Eliahu E. Dessler, Emmanuel Levinas. Ragionando in termini di Provvidenza e Presenza Divina (Ashgachah e Shechinah), si ritiene che D-o, per ragioni legate all’esclusione di D-o da parte dell’uomo, abbia voltato la sua faccia dal mondo (Provvidenza diretta) e in particolare dal popolo di Israele, che per un attimo non sarebbe più stato sotto l’occhio divino. Uno dei riferimenti biblici a sostegno di questo argomento è: “In quel giorno, la mia ira si accenderà contro di lui; io li abbandonerò, nasconderò loro il mio volto e saranno divorati. Lo colpiranno malanni numerosi e angosciosi e in quel giorno dirà: Questi mali non mi hanno forse colpito per il fatto che il mio D-o non è più in mezzo a me? Io, in quel giorno, nasconderò il mio volto a causa di tutto il male che avranno fatto rivolgendosi ad altri dei”. La tragedia si spiegherebbe con un momento di oscuramento, con una eclissi appunto, in cui le creature, non essendo più sotto l’occhio vigile della Provvidenza, divengono preda della casualità. Tale nascondimento del volto avverrebbe allorché il popolo ebraico per primo, si allontana da D-o, e in tale suo allontanarsi provocherebbe l’allontanamento della stessa divinità. Questa teoria affonda le radici nella tradizione ebraica: quando D-o non emette luce, c’è il buio, e nel buio dominano le leggi della casualità, il che significa che ogni cosa può accadere. L’uomo che tiene sempre D-o nel suo cuore e osserva i suoi comandamenti (Mitzvot) è sotto la protezione della Provvidenza, mentre l’uomo che, benché dotato di una percezione, distoglie, in tal uni momenti, la sua mente da D-o, è sotto la protezione della Provvidenza solo nei momenti in cui il suo cuore è rivolto a D-o e osserva i suoi comandamenti, ed è da essa abbandonato nei momenti in cui rigetta D-o dalla vita quotidiana. Tuttavia, in questo caso la Provvidenza non lo abbandona definitivamente, ma si limita ad indebolirsi. Colui che pensa a D-o, ma è preoccupato, assomiglia, durante le sue preoccupazioni, a colui che, in un giorno nuvoloso, non riesce a percepire la luce del sole a causa delle nubi.
Se le cose stanno così, potrebbe essere rimosso quell’immane dubbio che ha indotto i filosofi a negare la Provvidenza divina. E’ evidente che, se Egli nasconde il suo volto, la causa di ciò siamo noi che per primi abbiamo mandato D-o in esilio dalla nostra vita quotidiana. E’ fuor di dubbio che tutto ciò si applica alla collettività del popolo ebraico. Il nascondimento del volto divino lascia temporaneamente la collettività in balia del caso.
La verità è che il problema è irresolubile, ed è per questo che Elie Wiesel fu indotto a dire che ai tredici principi fondamentali di fede dell’ebraismo bisognerebbe aggiungerne un quattordicesimo, che suonerebbe cosi: non c’è risposta. La figura e la vicenda di Giobbe sono ancora, da questo punto di vista, le più attuali, e costituiscono l’aiuto a trovare non una spiegazione, ma il conforto di una non spiegazione: l’uomo non può capire tutto, però può protestare, con quella religiosità ebraica che appunto caratterizza Giobbe; Wiesel stesso parlerà di D-o del caos, ma infine si rassegna all’impotenza dell’ignoranza umana. Nel Talmud esiste un’espressione (Teiqo), più volte ripetuta, composta dalle iniziali di quattro parole che significano: “il Tishbita spiegherà le difficoltà e gli enigmi”; il Tishbita è Elia, e il Talmud usa questa espressione dinanzi a questioni insolubili, significando che prima dell’avvento del Messia annunciato da Elia, Elia ci aprirà il cuore e ci aiuterà a trovare la risposta che ora non si riesce a trovare. E Wiesel sostiene che l’unica risposta per la generazione coinvolta nella Shoah è continuare a vivere e trasmettere il ricordo della Shoah. Trascendere il paradosso.
Si ribadisce così anche il fatto che dal punto di vista ebraico il problema della Shoah non è tanto di ordine teologico, quanto etico: bisogna infatti, dinanzi a quella tragedia, chiamare in causa non D-o, ma l’uomo, evitando, per cercare la responsabilità divina, di dimenticare la responsabilità umana. E’ allora necessario fare un’antropologia della Shoah, che ponga in primo piano la responsabilità degli uomini, di quegli uomini che hanno usato male la loro libertà. Non esiste una libertà che non abbia come punto di riferimento il rispetto e il mantenimento della dignità e della vita dell’uomo. Abbiamo parlato dell’immagine divina che costituisce l’unicum dell’uomo: la necessità è allora quella di formulare una teoria etica che non possa mai sfociare nella persecuzione e nella soppressione della persona.

Paolo Sciunnach, insegnante

(17 gennaio 2015)