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Leggere l’anatomia della violenza
Fra biologia e libero arbitrio

Adrian RaineFino a che punto la nostra volontà e le nostre azioni sono libere? Quanto siamo il risultato di una lunga serie di fattori biologici, chimici, genetici? Dove e come possiamo collocare il concetto di libera scelta? E, di conseguenza, quanto siamo responsabili delle nostre azioni? Volontà, libertà d’azione, e di scelta, che ruolo hanno in un mondo in cui le neuroscienze mostrano sempre più come ci siano processi mentali, azioni e reazioni che dipendono molto più dal funzionamento del nostro cervello di quanto si pensasse? Adrian Raine è convinto che trovare una risposta sia necessario. È un noto e stimato professore universitario, che dopo le prime ricerche dedicate alla psicologia sperimentale – argomento dei suoi studi universitari – si è dedicato alla criminologia e alle neuroscienze. Britannico, ma residente negli Stati Uniti da una trentina d’anni, titolare della cattedra Richard Perry in Criminologia e professore di Criminologia e Psichiatria all’Università della Pennsylvania. Ricercatore, studioso, autore di pubblicazioni importanti, Adrian Raine è in Italia in occasione dell’arrivo nelle librerie di L’anatomia della violenza (Mondadori) che ha per sottotitolo Le radici biologiche del crimine. Avere a che fare con lui è confrontarsi con una sorta di folletto inquietante, ancor più inquietante di quanto già non sia la lettura del suo ultimo libro, che obbliga a porsi domande scomode, e a mettere in discussione principi che si pensavano ovvi, e assodati. Non offre certezze, non lascia appigli, il professor Raine, e dubita di tutto, a partire dall’impostazione del suo libro “Ho fatto bene a scriverlo così? Forse ho lasciato troppe domande aperte, mi sto chiedendo se non ho sbagliato… Avrei potuto scriverlo in una maniera molto differente, dando risposte definite e prendendo posizione. Ma io volevo che di questi argomenti si discutesse, è la mia più grande speranza e il mio più grande desiderio”. Doveva essere un’intervista, ma spesso una risposta non c’è, o non è univoca, così, camminando per una Milano fredda e luminosa, il dialogo diventa presto una discussione appassionata e appassionante su temi scomodi, che apre questioni capaci di minare alle fondamenta qualsiasi certezza, non solo personale. Per tornare alle domande che stanno alla base della ricerca di Raine, non si tratta di spostarsi verso un determinismo su base neurologica, che porterebbe gli esseri umani ad essere molto simili a macchine, ma di capire che le nostre azioni, e quindi anche le nostre scelte, hanno una base biologica forte. Il che pone diversi problemi, innanzitutto a chi si trova a valutare e giudicare i comportamenti devianti, violenti o anche semplicemente antisociali, ma non solo. Dopo il rifiuto totale delle teorie di Cesare Lombroso, dopo decenni in cui lo studio della malattia mentale e dei comportamenti criminali si è concentrato su teorie e ricerche basate sulle dinamiche psicologiche e sociali si torna ora, essenzialmente con Raine ma non solo, alle radici biologiche della criminalità. La sua visione non ha il determinismo lombrosiano, e i comportamenti “devianti” si scatenano in presenza di una molteplicità di fattori concomitanti, con la predisposizione biologica che oltre a poter essere dovuta a molte cause differenti, che possono inoltre combinarsi e sovrapporsi, interagisce con i fattori sociali, e quindi ambientali e comportamentali. Predisposizione, non certezza, che però spesso potrebbe essere per lo meno ridotta prendendosi cura di cose piccole, che troppo spesso diamo per scontate.
Prendersi cura dei bambini, di tutti i bambini, garantire loro una crescita serena, sana, con interazioni sociali che, spiega Raine, “Basterebbe avessero la qualità delle relazioni che intratteniamo con i nostri animali domestici, e troppo spesso non arrivano neppure a quello”, eliminerebbe molti fattori di predisposizione biologica, e ovviamente anche sociale. Ma un intervento dall’alto… è legittimo? è giusto? Si potrebbe pensare a una patente per diventare genitori, sarebbe corretto? In fondo per diventare insegnanti ed educatori si debbono passare degli esami, perché per diventare genitori no? O, ancora, la parola “eugenetica” scatena brividi e istintivo rifiuto, ma quanti sanno come e quanto è praticata, e dove, e in che modo, ancora oggi? Sociologia e biologia parrebbero l’un contro l’altra armate, a una prima lettura, ma si tratta di due visioni che non sono in conflitto, a condizione che l’una non escluda l’altra. “In effetti le mie ricerche sono spesso osteggiate principalmente dai sociologi, che si trovano a dover rivedere tutto il lavoro fatto magari nel corso di decenni, mentre con gli psicologi ho sempre avuto meno problemi. Ma io non voglio fare polemiche, non è questo il mio obiettivo”. E nelle ultime pagine di L’anatomia della violenza scrive: “È una sfida enorme, in ambito accademico, per la neurocriminologia, e gli studiosi di scienza sociali dovranno invertire il senso di marcia e abbandonare le loro precedenti convinzioni, per accogliere l’idea dell’anatomia della violenza: un corpo di conoscenza che, per quanto è sofisticato, risulta quasi opprimente. Rimanere fossilizzati sui fattori sociali può impedire il progresso”. Ma, conclude, “Il dibattito aperto è più importante della persuasione e della certezza, e con l’aiuto della scienza sarà possibile per la società scegliere con ragionevolezza quale strada seguire e come. Spero sinceramente che questa discussione continui nei decenni a venire e che ci porti a creare una società più umana e sicura”.

Ada Treves twitter @atrevesmoked

(8 marzo 2016)