Integrazione che non c’è

Mordechai_Kedar«Il peccato originale del Belgio e dell’Europa è stato consentire ai musulmani di giungere in massa e creare enclavi nelle città, avulse dalla società, delle pericolose variabili esogene che si sono trasformate in piccole Isis nel cuore dell’Occidente». È perentorio Mordechai Kedar, guru della comunità di analisti israeliani, secondo cui la crisi è tale da imporre il ripristino di controlli ai confini nazionali per stroncare quello che è divenuto il sistema mafioso del Califfato.
Quali sono stati gli errori commessi dalle autorità belga?
«Il primo errore è stato consentire a così tanti musulmani di arrivare in Belgio e sistemarsi lì. Oggi il 40% della popolazione di Bruxelles è islamica, si sono stabiliti permanentemente, sono cresciuti numericamente e senza integrarsi, creando enclavi, senza nessun riguardo per la cultura e le usanze di chi li stava ospitando. Non sono mai voluti diventare europei».
Qui però andiamo indietro di molti anni?
«Esatto, il primo errore è stato commesso negli Anni 60 e ’70, a causa della pressione del mondo arabo che, in cambio di petrolio e gas, ha avuto la garanzia dai Paesi occidentali di accoglienza dei cittadini che lasciavano quelle nazioni. Era parte del contratto che ha fatto dell’Europa una sconfitta».
Una débàcle annunciata?
«A muoversi non sono stati gli individui, ma culture e religioni. Quella gente non si è spostata dall’Algeria alla Francia, ma ha portato l’Algeria in Francia, il Marocco in Olanda, la Libia in Italia, la Turchia in Germania e ora la Siria e l’Afghanistan in Grecia. E così hanno permesso loro di creare un piccolo Stato islamico a Parigi, Bruxelles, Londra e, temo, anche a Milano».
Quindi non finisce qui?
«Si è creato un sistema, una mafia, non si tratta di singoli jihadisti, o nuclei e cellule, c’è un sistema di fiancheggiatori, di persone incensurate pronte ad aiutarle, di radicalizzati fai-da-te, ma anche di conniventi silenziosi e di omertà. Basti vedere gli spostamenti che Salah ha compiuto in tranquillità, da uno Stato all’altro, da una casa all’altra, da una vettura all’altra. Per non parlare dei passaggi di mano dei materiali. Nessuno ha visto, nessuno ha sentito, nessuno ha detto: va oltre la jihad».
Senza gli immigrati però l’Europa andrebbe in atrofia…
«E qui c’è un problema tutto vostro, un problema di valori e di cultura. Ad esempio, le donne europee dovrebbero tornare a fare le mogli e le mamme, e i governi nazionali e sovranazionali devono aiutare a fare figli, a crescere demograficamente, a rompere questa dipendenza dall’immigrazione».
Oltre ai nodi culturali, ci sono state falle nella sicurezza?
«Prima di tutto la mancanza di cooperazione e di dialogo tra le intelligence di alcuni Paesi, questo ha creato problemi pratici sui riscontri più semplici. Pensiamo ai tanti modi in cui viene scritto il nome Muhammad, non solo da un Paese all’altro, ma da un ufficio all’altro, questo non fa altro che rendere iniqui indagini e controlli, anche sui documenti più immediati. Occorre omogeneità in strutture e processi».
Non ci può essere Ue senza unione in sicurezza e controlli…
«Controlli, ecco il nome del gioco al quale stiamo giocando, Israele su questo può aiutare molto l’Europa. Serve sorveglianza concertata, non solo nelle moschee, gli jihadisti non sembrano nemmeno tali al giorno d’oggi, e forse in moschea entrano solo dalla porta secondaria».
Pensa che delle responsabilità ce le abbia anche Schengen?
«Schengen consente ai terroristi di muoversi indisturbati da un Paese all’altro, questo è sconcertante. Quando uno Stato elimina i propri confini nazionali deve essere forte, o implode e fa affondare gli altri. Non sono contrario alla libera circolazione delle persone, ben inteso, ma tutto cambia quando questa diventa uno strumento di guerra»

Francesco Semprini, La Stampa, 24 marzo 2016