Qui Trieste – Lo spettacolo El mondo cambia
Un Seder simbolo d’integrazione
L’ebraismo corfiota va in scena
La commedia “El mondo cambia” è una storia di integrazione, che mostra come la commistione di due gruppi porti a inaspettati arricchimenti culturali. La regista Daniela Misan (nell’immagine a fianco) la descrive a Pagine Ebraiche 24, alla vigilia della messa in scena stasera al teatro Miela di Trieste, presentato dall’Associazione Donne Ebree d’Italia. Sul palco gli attori della compagnia amatoriale “Orot Habimà”, (nell’immagine in basso) protagonisti di un Seder di Pesach un po’ particolare. Al centro della scena, infatti, una famiglia ebraica anni Cinquanta che si prepara per la festa e nel mentre racconta al pubblico, in dialetto triestino, la storia e le tradizioni degli ebrei di Corfù, sbarcati in città tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, e del loro rapporto con gli ebrei ashkenaziti, la componente maggioritaria della Comunità.
Un rapporto che nel corso degli anni ha conosciuto dei momenti di alti e bassi, legati alle differenze di usanze e tradizioni degli ebrei corfioti, costretti a fuggire dall’isola perché accusati di omicidi rituali. Alcuni approdarono a Venezia, altri ad Alessandria d’Egitto e in America ma furono numerosi quelli che entrarono a far parte della Comunità ebraica triestina, che contava ai primi del Novecento circa 5 mila iscritti, quasi tutti di origine ashkenazita. Furono pochi gli incontri tra le due anime della Comunità, anche se la famiglia di Daniela costituisce un’eccezione: “Mia mamma era un’ebrea ungherese mentre mio papà era corfiota – spiega – e anche se nel dopoguerra, quando sono nata, le differenze tra i due gruppi stavano ormai scomparendo, ricordo ancora che i corfioti non godevano ancora della completa considerazione degli ashkenaziti e i matrimoni fra membri appartenenti ai due gruppi erano effettivamente una rarità”. Un aspetto che emerge anche in “El mondo cambia”, per esempio quando una delle figlie della coppia che organizza il seder a casa sua annuncia che inviterà anche il fidanzato, un ebreo ashkenazita, e il padre non prende benissimo la notizia.
Al loro arrivo molti ebrei corfioti andarono a vivere nella zona dell’ex ghetto dove svolsero le loro attività di rigattieri, venditori ambulanti, sarti, operai, tappezzieri, commercianti di tessuti, braccianti, ma soprattutto mantennero molto vive le loro tradizioni liturgiche e culinarie, e frequentavano una sinagoga diversa. Dopo la Seconda guerra mondiale furono pochi a tornare, e ormai il divario fra i due gruppi non esiste più. “In questo senso – afferma Misan – sono convinta che abbiano arricchito molto la Comunità ebraica di Trieste, e per questo ho pensato che fosse interessante raccontare questo processo”. A darle ispirazione, la sua storia famigliare insieme alla trama della commedia di Eduardo De Filippo “Natale in casa Cupiello”, il cui protagonista manifesta una certa ossessione per la costruzione del presepe. E così, Misan ha pensato a una rivisitazione in chiave ebraica: “Ho pensato che sarebbe stato bello scrivere una commedia in cui il protagonista avesse una fissazione per le haggadot – racconta – poiché mio padre stesso le collezionava, possedeva anche alcuni esemplari risalenti all’Ottocento”.
Nessuno degli attori in scena, undici in tutto, è un professionista, e più di uno è alla sua prima esperienza sul palcoscenico. “Sono solo un gruppo di persone con tanta voglia di divertirsi e con l’obiettivo di divulgare la cultura, le tradizioni ebraiche, la storia”, spiega la regista, la quale aggiunge che molti ragazzi, che nella quotidianità non partecipano alle iniziative della Comunità ebraica, si sono conosciuti proprio nel corso di questa esperienza. E da loro, conclude Misan, è venuto un commento particolarmente apprezzato: “Questo è stato un modo per vivere la Comunità ebraica”.
Francesca Matalon twitter @fmatalonmoked
(Le foto sono di Giovanni Montenero)
(4 aprile 2016)