Il furto della Liberazione

anna segreOgni anno mentre si avvicina il 25 aprile siamo combattuti tra la gioia della festa, il timore di subire offese e contestazioni, la tentazione di lasciar perdere cortei e cerimonie ufficiali e il desiderio di non darla vinta a chi ci vuole estromettere da una festa che dovrebbe esser prima di tutto nostra.
Ma in fin dei conti il 25 aprile non è la prima Festa della Liberazione che ci viene rubata. Anche Pesach per duemila anni ha subito la stessa sorte. Certo non è un male (anzi, è una cosa meravigliosa) che anche altri gioiscano per la nostra liberazione dall’Egitto, o, meglio, che la nostra liberazione sia diventata il simbolo di tante altre liberazioni successive; ma non possiamo dimenticare che questa appropriazione della nostra festa è stata per molti secoli tutt’altro che indolore. È vero, fortunatamente non è capitato che settant’anni dopo l’uscita dall’Egitto i discendenti dei seguaci del faraone pretendessero di festeggiare Pesach al nostro posto, ma a ben vedere è capitato anche di peggio: per secoli è stato ripetuto che la nostra liberazione era solo un simbolo, l’annuncio di un’altra liberazione successiva, e per di più di una liberazione nella cui narrazione agli ebrei era stato assegnato il ruolo dei cattivi. Il nostro desiderio di festeggiare l’uscita dall’Egitto si è scontrato per secoli non con qualche fischio o contestazione, ma con dicerie e accuse assurde e terribili che hanno provocato dolori e sofferenze indicibili.
Eppure non ci siamo arresi: non abbiamo rinunciato a festeggiare Pesach; non abbiamo lasciato che la nostra festa ci venisse portata via o che si trasformasse in un momento di lutto. Per noi ha continuato ad essere una festa anche se era diventata forse il momento dell’anno in cui l’odio contro gli ebrei si manifestava nel modo più feroce. E alla fine la storia ci ha dato ragione: oggi non solo le accuse e le dicerie sono cessate, ma c’è una corsa a riscoprire la festa nella sua forma originale, che dopo duemila anni è tornata ad essere importante e densa di significato per tutti. Se il 25 aprile vivrà un’evoluzione simile, se un giorno diventerà davvero la festa di tutti e per tutti, se sarà vista come la liberazione che simboleggia tutte le altre liberazioni, non potremo che esserne felici, e anche un po’ fieri.

Anna Segre, insegnante

(22 aprile 2016)