In ascolto – Salomone Rossi

milanoPer qualcuno la musica è una professione, per altri una ragione di vita, per altri ancora una colonna sonora o una scatola di ricordi. Negli ultimi anni abbiamo letto pubblicazioni scientifiche (e non) in cui si dice che la musica influisce sul benessere della persona e sullo sviluppo neurologico e psicofisico. Non entrerò nel merito della questione, non è il mio mestiere, ma posso dire per lunga esperienza personale che di certo una delle attività musicali più belle e sane che si possano fare nella vita è il canto in coro. Il coro permette di acquisire competenze musicali e di stringere legami personali, è uno spazio in cui si può essere se stessi ed esprimersi senza competitività. E quando le voci si uniscono e creano l’armonia nasce qualcosa di davvero speciale, che va al di là della performance.
La musica ebraica, per molti secoli monodica, incontra la polifonia nel Rinascimento italiano grazie a Salomone Rossi, compositore di grande talento che operava alla corte di Mantova. Tra i suoi avi vi erano prigionieri ebrei portati a Roma da Gerusalemme all’epoca di Tito e tra i familiari la sorella Europa, cantante e attrice e il nipote Anselmi, anch’egli musicista di corte. Salomone Rossi compose canzonette e madrigali ma anche musica sinagogale e nel 1622, a Venezia, fu data alle stampe la sua raccolta di trentatre brani per solisti e coro, comprendenti salmi, inni e preghiere per le feste con il titolo di Hashirim Asher Lishlomo, i canti di Salomone, un evidente richiamo al Cantico dei Cantici. Nello stesso periodo operava Leone Modena, studioso e musicista, che nel 1605 costituì un coro a sei e otto voci nella sinagoga di rito italiano di Ferrara. Il caso suscitò non poche lamentele tanto che Leone Modena si vide costretto a sottoporre la questione all’assemblea rabbinica di Venezia, che alla fine, si pronunciò favorevolmente.
La piccola rivoluzione della polifonia scomparve dopo pochi anni dalle sinagoghe italiane, ma di certo esercitò una influenza importante sulle comunità del Mitteleuropa, per cui lo stile italiano entrò in molte sinagoghe. Nel 1700 le comunità di Amsterdam e Amburgo accolsero il canto corale nel rito mentre, a quanto risulta dalle testimonianze, a Francoforte tale istituzione era ormai consolidata da lungo tempo. A Praga i fermenti erano iniziati già alla fine del 1500, con la costruzione della sinagoga Maisel, dotata di organo e di una piccola orchestra che il venerdì sera eseguiva un Lecha Dodi molto particolare, insieme ad altri canti del sabato, con una forma simile per certi versi a un vero e proprio concerto. Praga era ormai senza Golem ma ogni sua comunità aveva un coro amatoriale, che si esibiva accanto ai professionisti assunti regolarmente.
La febbre corale si diffuse rapidamente anche nelle piccole città e la novità introdotta nel rito, oltre a indurre importanti trasformazioni dal punto di vista liturgico, divenne una fonte di ispirazione per i compositori e anche la spinta per approfondire lo studio della musica.
Ma altre rivoluzioni attendevano il rito ebraico e molto sarebbe stato messo in discussione nei secoli a venire, in particolare nel 1800 ma di questo, magari, ne parleremo la prossima volta.

Consiglio di ascolto: https://www.youtube.com/watch?v=aBBXYsdt8Jk

Maria Teresa Milano

(5 maggio 2016)